A teatro il calcio diventa poesia

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Quando le radici sono piantate nella terra di un campo di calcio…

Non mi interessa molto il calcio, ma posso guardare ugualmente una partita perché vedere ventidue giocatori che rincorrono la palla, sa rivelarsi uno spettacolo interessante. So per certo che persone che stimo e seguo, sono tifosi pieni di impeto e passione, infatti, a volte, quando non è becero, lo spettacolo degli spalti, può essere addirittura più divertente.

Ma a teatro, può perfino diventare poesia.

Ce lo aveva fatto capire da tempo Giuseppe Manfridi, e Ariele Vincenti ce lo ha confermato regalandoci una serata piena di emozioni, di ricordi di un tempo passato e di un dialetto pulito, vero anche nelle movenze e negli epiteti.

Un tempo antico, quello che –ahimè- ricordo bene, provenendo per di più dalla stesso ceto del protagonista e di Ago Di Bartolomei, dove … nonno recita er fattaccio, o recita er Belli, e infatti non mi ha stupita ascoltare proprio il Belli per voce di Ariele, – una poesia peraltro recitata benissimo- e non ho avuto dubbi: pure er poeta era lì, sulle assi del palcoscenico del Teatro Ghione.

Come c’erano, paradossalmente visto che era un monologo, tanti altri attori sulla scena, nel senso che Vincenti ci ha messo davanti a tutte le persone che nominava, si vedevano attraverso il transfer dei movimenti e della voce. Non una parola è andata perduta, non un simbolo.

Solo qualcuno tra le prima file si è azzardato a consultare più volte il cellulare, ma è stato tranquillamente rimproverato dal protagonista, che ha interrotto lo scorrere veloce delle parole nella memoria per chiedere “ma sta luce deve durà fino aa fine?”. E come ha fatto mi sono chiesta? Come ha potuto rompere la quarta parete con tanta classe?

Semplice, non era da solo, con lui c’era Ago, c’era suo padre Giancarlo che gli ha raccontato le trasferte e l’amore per la squadra e per il capitano, c’era Sergio, il suo amico barista, che con lui ha cercato di arginare il dolore per il suicidio di Ago, c’era il barbone che ha narrato l’elogio del silenzio e ispirato lo striscione e non da ultimi c’eravamo tutti noi che seppure tornati bambini, sapevamo come comportarci e pendevamo dal filo del suo racconto.

Insomma, la tragedia di un uomo, Ago, narrata e sviscerata da molti, viene raccontata da un tifoso: uno sparo e poi silenzio, ma il protagonista per fortuna non può tacere, ha tante cose da dire su quella morte che avrebbe, forse, voluto evitare.

E su un bambino, così generoso, che un giorno ha regalato i suoi scarpini. E va a cercare conforto da Sergio, nel suo bar e attraversa la città, scoprendo di amare la luce fioca dei lampioni e il vuoto che di notte ritrova una dimensione più umana, più vicina a chi è solo. E con Sergio ripercorre le tappe della sua vita, della sua infanzia con Ago, piena di sfide e ginocchia sbucciate, sassaiole e abbracci.

E intanto crescevano i bambini a Tormarancia, in un’Italia popolare, dove il benessere non era arrivato, soprattutto tra i “Shangaini”, ma si sa “dal letame nascono i fiori” e tra quei campi di terra battuta, tra tanti c’era un gioiello, Ago, un bambino come loro, ma che amava studiare, imparare con i piedi e con la testa e che suscitava stima e desiderio… non dico di emulazione, sarebbe stato troppo faticoso, ma di vicinanza, di riconoscimento: Ago era uno di loro.

Infanzie da libro “Cuore” da “Uno su mille ce la fa”, ma tutti poveri… niente invidia!

Ci sono dei simboli molto calzanti. Che arrivano allo spettatore con delicatezza, tra tutti lo striscione con su scritto “silenzio” appeso e poi di nuovo pendulo.

E poi… poi c’è la scena finale con il protagonista seduto di spalle con la maglia numero dieci di Ago, e così piccolo, sul palco, che non si fatica a credere che lo sia davvero Agostino Di Bartolomei e quando scorrono le immagini del giocatore cullate da una canzone “de core”, non si può fare a meno di versare qualche malinconica lacrima.

 

AGO CAPITANO SILENZIOSO

di e con ARIELE VINCENTI

al teatro Ghione dal 1° al 6 ottobre

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