Antonio Sinisi racconta Hopper Mode

I quadri di Hopper si animano per il teatro

Al Teatro Trastevere di Roma, dal 30 novembre al 4 dicembre, va in scena lo spettacolo Hopper Mode di Marco Andreoli, con la messa in scena di Antonio Sinisi. In scena un congruo numero di attori, quali Almerico Cavallo, Antonio Ciaffone, Cecilia De Angelis, Eleonora Presta, Erica Fusini, Federica Fidaleo, Federico Paci, Gabriele Passaro, Roberto Biocco, Simone Di Pascasio, Valentina Di Odoardo. Abbiamo fatto due chiacchiere con Antonio Sinisi, che ci ha raccontato della sua messa in scena di Hopper Mode.

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Salve e grazie dell’ospitalità.

Hopper Mode di Marco Andreoli è uno spettacolo che viaggia tra i dipinti di Edward Hopper caratterizzati dai suoi sguardi sulla società. Cosa ti ha attratto dello spettacolo?

Più che dello spettacolo, che non ho mai visto, sono stato attratto dalla scrittura del testo che è tutto sviluppato sui “non detti”. Il testo mi diceva di guardare sotto traccia. E questa cosa m’interessa parecchio. Da sempre.

Lo sguardo, in particolare, è sulla società americana degli anni ’60, ma vale il detto “tutto il mondo è paese”? La cittadina americana, tranquilla e senza particolari scossoni, può essere un comune paese italiano e perché?

La cultura americana è imperante, dunque si riflette in tutto il mondo occidentale e non solo. Si potrebbe ben dire che tutto il mondo è USA. Il nostro lavoro ha tanti punti di vista e il fatto che sia dichiarato che stiamo parlando di un momento storico in un determinato luogo non vuol dire che le stesse situazioni non si possano trovare altrove.

In realtà Hopper con le sue opere, cosa vuole raccontare?

Hopper non racconta. Hopper ricerca. Ricerca la luce. Sembra che nei i suoi quadri voglia, in un certo senso, constatare l’Impossibile anche se lascia sempre aperta la possibilità della Speranza, sicuramente di immaginare. Questo lo si vede dai contrasti che si manifestano nelle geometrie, nelle ombre, nello scontro tra natura e artificio umano, nelle linee degli sguardi dei suoi personaggi.

Dicevamo che Hopper ha dipinto delle scene di vita quotidiana andando a riprendere da angolazioni particolari e del tutto inaspettate. Qual è stato lo sforzo perché Hopper apparisse in scena senza essere predominante?

Il nostro lavoro è stato quello di interiorizzare l’opera di Hopper non di illustrarla o rappresentarla. Quindi si tratta di recuperare Hopper da angolazioni particolari e inaspettate. E questa possibilità ce la forniva il testo di Marco Andreoli in partenza, poi noi lo abbiamo evoluto a nostro modo.

Nel tuo lavoro di messa in scena dello spettacolo, cosa hai preso in particolare dell’artista e poi trasmesso agli attori in scena?

Di ogni artista o essere umano che cito sulla scena mi piace trasferire la modalità di lavoro dell’artista stesso (o persona). Non mi interessa trasferire il risultato dell’artista (quadro, film, spettacolo, opera). Di Hopper mi interessa il fatto che come autore non abbia voluto accostarsi a nessuna corrente, che abbia deciso di sfruttare le illustrazioni di inizio carriera per finanziare il suo vero lavoro come pittore. Mi interessa che abbia voluto percorrere una strada senza curarsi tanto di ciò che lo circondava. Alle attrici e attori ho chiesto, ad esempio, che ogni silenzio giungesse come un vuoto procurato dall’ascolto della scena nel suo insieme e non da didascalie del testo. Oppure ho cercato di togliere tutti gli orpelli recitativi per garantire un’asciuttezza espressiva (come vedo in Hopper, del resto) che fosse priva di facili sentimenti riconoscibili.

“Se nei quadri di H. la presenza umana è accessoria, nello spettacolo i personaggi combattono per uscire dal quadro scenico”. Questa tua affermazione come ha influenzato le tue scelte nell’ambito dell’intero spettacolo?

Ho creato la campitura, preparato il campo (la scena) delineando i limiti e steso il colore. Questa è la base nella quale attori e attrici devono muoversi. È un modo per creare un combattimento tra paletti e umanità che vuole ribellarsi. Questo tipo di lavoro l’ho trovato funzionale per rendere più grande ciò che si vedrà a teatro.

In scena un gruppo di attori: Almerico Cavallo, Antonio Ciaffone, Cecilia De Angelis, Eleonora Presta, Erica Fusini, Federica Fidaleo, Federico Paci, Gabriele Passaro, Roberto Biocco, Simone Di Pascasio, Valentina Di Odoardo. Quali sono stati consigli e direttive che hai dato loro?

La cosa più importante su cui abbiamo lavorato è cercare il ritmo comune a tutta l’opera in modo da trovare nel minor tempo possibile l’armonia. Non ho mai voluto singole scene staccate ovvero singoli quadri che di volta apparissero all’occhio dello spettatore. Mi interessava, sin da subito, proporre un unicum, un evento irripetibile nel suo insieme.

Tra gli attori, chi ha trovato maggiori difficoltà ad entrare nel personaggio e chi meno? Perché?

Visto quanto detto in precedenza, un po’ tutti hanno trovato il loro piccolo momento di crisi, compreso il sottoscritto. Credo che sia sano quando si sta affrontando qualcosa di grande. Andare in scena di questi tempi è una responsabilità oltre che un piacere. Per quanto riguarda il lavoro sui personaggi quello che chiedo da sempre è di “riconoscersi” in primis come persone per poi affrontare e sconfiggere quanto scritto sulla carta per leggere ciò che è tra le righe del testo.

Particolare attenzione avete dato anche ai costumi, che in scena sono importanti, entrando nel racconto. Quali sono i criteri che hanno guidato le vostre scelte?

Claudia Fonti, la costumista, ha voluto ricreare una tavolozza di colori. I colori si intrecciano nello spazio, si scambiano e creano nuove sfumature ovvero nuovi legami tra i personaggi. Oltre ai costumi si è data importanza anche alla scenotecnica minimale ma funzionale e al suono e alla musica.

Lo spettatore andando via dal teatro, cosa porterà con se? O almeno cosa speri porti con sé?

Mi auguro che esca con qualcosa che ricomporrà con calma a casa.

Grazie per essere stato con noi e in bocca al lupo!

Grazie a voi.

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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