Bianco d’Inchiostro a Bologna

Bianco d’Inchiostro è il primo spettacolo della rassegna Phobs

Bello lo spettacolo visto al Teatro dei 25 a Bologna nell’ambito della rassegna Phobos curato da Danilo de Summa. Bianco d’Inchiostro di e con Giulio Bellotto e Alice Lou Guarente.

Bello, intenso, preciso, dal ritmo cesellato e avvincente. Bravi i due protagonisti, sempre col dovuto distacco e l’adeguata partecipazione: più ironico lui, più intensa lei: ma entrambi fluidi. Lo spettacolo parla di un mondo e di un tempo dove era possibile morire per un libro, dove i libri facevano davvero paura: nella URSS sovietica. Ed è la messa in scena di tante piccole storie a formare a sua volta la storia o dalla Storia schiacciate: fino anche a mettere in scena il coinvolgimento personale, di entrambi gli attori, all’atto della decisione di mettere in scena lo spettacolo e cioè le poesie che la Achmatova dedicò all’esperienza del figlio imprigionato per motivi politici e di lei e di altre madri che quotidianamente per 18 mesi hanno atteso i loro figli in piedi, nel gelo nel caldo davanti alle prigioni in cui i loro figli erano stati rinchiusi. Questa donna altera nobile intellettuale, libera. Questa donna musa di Amedeo Modigliani a Parigi. Questa donna grande lettrice di Dante (“Lei ha letto Dante?”, con il suo tono da grande regina della poesia rispose: “Non faccio altro che leggere Dante”), indomita, fiera. Geniale. Il sottotitolo dello spettacolo infatti è: Requiem poetico a 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre. In memoria di Anna Achmatova.

Ma lo spettacolo non è sulle e/o dalle poesie della Achmatova e/o sulla sua vita. Giulio e Alice compiono un’operazione più raffinata: inseriscono infatti questa “ispirazione” in una storia più grande o se si vuole più comune: una coppia di Leningrado – lui promettente membro del partito; lei una moglie che ascolta di nascosto “musica jazz” e dunque imperialista – alle prese con la censura dei libri e con la loro diffusione “di contrabbando”, attraverso l’escamotage del samizdat.

I “segni” sono ridotti al minimo ma tutti “significativi”: due sedie, una per lei e una per lui; due microfoni sul fondale per evocare il momento “narrativo” e insieme personale. Un grammofono, fogli: una bottiglina con dentro un manoscritto, messaggio da affidare al mare della poesie e insieme vodka con cui ubriacarsi e dimenticare.

Si creano così diversi livelli o se si vuole un effetto a matrjoska: i microfono in cui Giulio e Alice parlano anche di se stessi, una dignitosa e fulminea autofiction come a dire: ciò di cui parliamo ci riguarda profondamente come artisti e come persone. Il livello poi della finzione: con questa coppia che sorprende di continuo e i cui membri, lei e lui, passano fluidamente sotto i nostri occhi alternativamente da membri integerrimi del regime, diffidenti di tutto a seguaci di poesie e musiche “sovversive”. Al punto che nessuno dei due si fida dell’altro e dell’altra.

Fino al terzo livello dello spettacolo e cioè la drammatizzazione della poesia della Achmatova, le poesie dedicate appunto alla sua esperienza di madre in attesa del figlio imprigionato. Una poesia che nasce, come riporta la stessa Achmatova e dunque l’attrice, per condividere quella esperienza come invocato da una delle madri: tu che sei intellettuale, puoi far conoscere al mondo la nostra tragedia? E l’Achmatova scrive anche per loro… Ed è davvero brava la Guarente a rendere le poesie della Achmatova, senza strafare, quasi con una sorta di peso sul cuore che trattiene le emozioni le parole ma che sempre più si libera e libra sulla STORIA che stritola noi poveri comuni mortali e ci mette tutta la fisicità necessaria.

Così come davvero bravo Bellotto a rendere un “antipatico” giovane membro entusiasta del partito che però mostra tutte le sue fragilità o le sue “forze” cioè i suoi dubbi rispetto alla vulgata ufficiale: è lui a far entrare nella casa i versi della Achmatova. Ed è però lei, la moglie, ad impararli a memoria.

Come dicevamo, pochi ma ben calibrati i “segni” usati: come il grammofono che manda musica jazz americana e che lui, il marito, accelera e lei addormentata sente come una lama nella mente (al pari di noi spettatori).

Questo dovrebbe fare il teatro e cioè evocare, far viaggiare, mettere segni senza sopraffare.

Certo fa strano ad oggi pensare che un tempo i libri erano così spaventosi per il Potere… Ecco se una piccolissima critica si può fare ai due giovani e bravi interpreti e ideatori dello spettacolo è che forse, per quanto questa storia di censura si possa ripetere, tutta la loro bravura poteva essere usata anche per indagare anche le sottili dittature e dunque le ancora più pervasive censure attuali.

Bianco d’Inchiostro è il primo spettacolo della rassegna Phobs ideata e organizzata da Danilo De Summa. L’idea di base della rassegna è di provare a rappresentare le paure (da cui appunto Phobos) che caratterizzano la nostra epoca e che forse sono ancestrali in un rito (e cos’è il teatro se no?) in qualche modo apotropaico, liberatorio… catartico. Ma ancora più interessante nell’intenzione di De Summa è quella di creare una rassegna in cui vari linguaggi possano interagire, mescolarsi, contaminarsi. E dunque, a parte questo primo appuntamento con La Corporazione (il collettivo di Giulio e Alice), avremo performance, installazioni, lacerti teatrali, con coinvolgimento del pubblico.

La rassegna si terrà al Teatro dei 25. Sempre splendido il Teatro dei 25 uno dei pochi teatri davvero off di Bologna guidato da Agatino Di Martino, che si caratterizza appunto per la possibilità di essere coinvolto in modo profondo, di essere come dire in prima linea, quasi nello spettacolo.

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Ambivio Turpione

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