Narni Città Teatro: prima giornata

Prima giornata al Festival Narni Città Teatro – Linguaggi fantastici
Narni Città Teatro è il festival teatrale arrivato alla sua terza edizione, che per tre giorni anima la cittadina umbra. Città fantastica, ispiratrice di scritti e conservatrice di tesori Narni è una location invidiabile per le manifestazioni: il sottotitolo di quest’anno è appunto “Linguaggi fantastici”. Piccolo scrigno che nelle giornate del 17, 18 e 19 giugno, si animano con un festival dedicato al teatro, ma che si apre anche alle presentazioni di libri, avvicina i bambini e offre interessanti spunti di riflessione.
In questi giorni offre anche un’occasione in più: dal 15 giugno sono decaduti gli obblighi per le mascherine in teatro e al cinema e quindi, in situazioni di sicurezza, si ritorna a seguire gli spettacoli in tranquillità. Ciò non toglie che, in situazioni di assembramento, sono gli spettatori stessi a munirsi del dispositivo di protezione che ormai portano sempre con sé. Ma parliamo della prima giornata andata in scena a Narni.

Il terzo Reich sarà l’innovazione?
Tra i tanti spettacoli in scena in questo primo giorno c’è Il terzo Reich, di Romeo Castellucci, suoni Scott Gibbons, coreografia e interpretazione Gloria Dorliguzzo. Lo spettacolo vuole portare lo spettatore a riflettere su come sia difficile quanto bombardante e inefficace la comunicazione con la quale veniamo costantemente in contatto. Le parole che dovrebbero permetterci di dialogare, di esprimerci, di avvicinarci, sempre più spesso diventano offensive, sono utilizzate come forma di razzismo, discriminazione, in un linguaggio che ormai è diventato così usuale da non scandalizzare più.
La scelta del regista è innovativa, efficace nel portare lo spettatore a sentirsi disgustato da ciò che legge, dalle parole, ma anche dal caos che le circonda. Tornando indietro negli anni, è facile trovare bravi comunicatori che attraverso le parole hanno fomentato il proprio popolo portandolo, lentamente, verso la chiusura mentale, il razzismo, la guerra. Lo spettacolo mette anche in evidenza quanto facilmente le parole e quindi gli atteggiamenti negativi, si confondano all’interno dei semplici vocaboli, condizionando il pensiero. Oggi non accade nulla di diverso dal passato e lo dimostrano i fatti che stanno accadendo.
Un accorgimento che si suggerisce è quello di dare più luce, quella vera, alla performance iniziale perché non si vedono i movimenti in un teatro molto buio e di dimezzare i tempi della parte visiva, troppo estenuanti. Consci dell’importanza di immergere lo spettatore nella condizione di provare emotivamente e fisicamente delle sensazioni negative, queste potrebbero risultare superflue. Agli spettatori si consiglia vivamente l’uso dei tappi per le orecchie.

Prefab un modo diverso di fare teatro
Prefab è invece un lavoro-studio con regia, concept e set design di Dominik Migač, drammaturgia Jakub Maksymov, sound desing Mr. Wombat Studio, performance Dominik Migač/Jakub Maksymov, con il supporto del Centro Ceco di Roma. Il testo ci porta negli anni del post-comunismo, in un grande palazzo cittadino, dove convivono molte persone, mettendo l’accento sulla visione dell’umanità.
Cosa distingue la visione comunista da quella occidentale? Ben poco, entrambe protendono alla forza, alla bellezza, stereotipi che vengono pubblicizzati in tanti modi. Ma in realtà la vita e la visione dei cittadini non si differenzia l’una dall’altra. La riflessione che ne scaturisce dal testo è importante e poco importa se la lingua è differente.
Come si evince dallo spettacolo, il teatro è multilingue e ciò che accade in scena è ben comprensibile. Basta usare la mano e un palcoscenico ricostruito su un tavolo, per ricreare una città, seguendo i ritmi della cadenza del tempo e della musica. Qui abbiamo tutto: la drammaturgia, la musica, il video e l’innovazione. Di particolare pregio sono i modellini componibili che si animano con le luci e le proiezioni e che vengono utilizzati per la messa in scena.

Every Brillian Thing un’emozione non da poco
“Every Brillian Thing”, di Duncan MacMillan, con Johnny Donahoe, traduzione di Michele Panella, impianto scenico e regia Fabrizio Arcuri, Co-Regia e interpretazione Filippo Nigro.
È uno degli spettacoli più riusciti della prima giornata. Uno spettacolo che frantuma la quarta parete, ma non è una novità con le nuove sperimentazioni, coinvolge direttamente il pubblico, facendolo salire sul palco nemmeno questa una grande novità, ma forse la maggiore, perché sono tanti, quasi tutti, gli spettatori coinvolti, in un modo o nell’altro.
Filippo Nigro si pone al centro della scena raccontando la storia di un giovane la cui madre prova a suicidarsi e la narrazione parte da quando è bambino. Un bambino che non sa esattamente cosa vuol dire provare a uccidersi, farsi del male. Nella sua visione il mondo è fin troppo bello e rassicurante perché non ne comprende appieno le difficoltà.
Lasciato a sé stesso trova un espediente nello scrivere una lista che invogli la donna a desistere, ricercando in questa, le motivazioni per essere felice. Tutte motivazioni che dedica alla donna che adora e che a modo suo lo ama. Così si ingegna a fargliele leggere in qualunque modo senza riscontrare il successo desiderato. Lei le respinge tutte. Il suo modo di salvare la donna lo trascina ad aumentare di anno in anno la lista che lo segue nei vari periodi della sua vita.
Il coinvolgimento del pubblico è importante e necessario, ma è lo stesso Nigro, attraverso questo racconto dolce-amaro, che ci guida in un mondo che spesso ignoriamo perché non lo conosciamo e perché non vogliamo conoscerlo. Dal palco arrivano tutte le emozioni espresse: delusione, tristezza, speranza, gioia, dolore, frustrazione mentre l’umore dello spettatore segue quello del protagonista. Tutto è racchiuso in uno spettacolo che non perde mai il ritmo, coinvolgente, deciso. Bellissima l’interpretazione, uno spettacolo sicuramente da non perdere.

Il Nero, racconta la violenza sulle donne
“Il Nero”, da “Otello”, di William Shakespeare, traduzione e adattamento drammaturgico Massimiliano Burini e Giuseppe Albert Montalto, drammaturgia Giusy De Santis e Matteo Fiorucci, con Daniele Aureli, Amedeo Carlo Capitanelli, Chiara Mancini, Raffaele Ottolenghi, Matteo Svolacchia, Giulia Zeetti, regia Massimiliano Burini.
Spettacolo difficile da definire e sicuramente da migliorare in molti punti. Ciò che colpisce d’impatto, è l’allestimento scenico, particolarmente ricco. Molto meno convincono gli attori sul palco, incapaci di sembrare un corpo solo, di creare armonia fra loro e di comunicare al pubblico un testo che potrebbe essere davvero interessante.
Ispirato all’Otello, infatti, la drammaturgia vuole porre attenzione sul tema della violenza sulle donne e conseguentemente sul femminicidio, troppo attuale e doloroso dramma della nostra società. Ma il tema è difficile da trattare senza cadere nel banale e sicuramente arduo da interpretare. Si sono visti sprazzi all’interno del testo che forse dovrebbero essere più amalgamati, rendendolo più deciso. Sarà stata forse, la scrittura e l’adattamento a “troppe” mani? Sarebbe il caso di ripartire dai punti di forza, quali allestimento e parti della drammaturgia, per modificare, poi, tutto il resto. Un arduo lavoro, ma il teatro è anche questo.

Play House sguardo sul rapporto di coppia
“Play House”, di Martin Crimp, diretto e interpretato da Francesco Montanari. Il testo affronta il rapporto di coppia, mettendo in risalto la doppia visione che se ne ha: una interna e una esterna.
Quella interna è ricca di incomprensioni, di difficoltà: costruire un rapporto a due non è mai semplice e non lo si può fare attraverso un atteggiamento passivo. La visione esterna dipende spesso da ciò che si sente al di là del rapporto interno e quindi dell’opinione che si ottiene da sguardi rubati, da voci ascoltate, da suoni e rumori. Un modo per osservare chi ci sta accanto e dove non decade mai il vecchio proverbio “l’erba del vicino è sempre più verde”.
Montanari interpreta entrambi i personaggi, dividendosi immediatamente tra uomo e donna in due concezioni del rapporto di coppia che sono ben lontane l’una dall’altro. Il suo trasmettere emozioni è coadiuvato dal suo porre e porsi domande, segnando su una lavagna, che ha alle spalle, i punti fondamentali del rapporto. Ciò che rimane scritto potrebbe essere un appunto di riflessione rivolto a tutti. Bravissimo nella sua interpretazione, che conferma ciò che ci si aspetta da un attore in scena.





