Claudio Boccaccini ritorna a dirigere Le belle notti

L’Italia delle occupazioni studentesche in scena al Teatro Marconi
Le belle notti sono un testo teatrale di Gianni Clementi che ha da sempre avuto un riscontro positivo con il pubblico e la critica. Claudio Boccaccini, regista teatrale, attore, professionista del teatro, per cui dirige anche una scuola molto apprezzata, torna a dirigere questo testo che conserva al suo interno la speranza dei giovani e non solo, dinanzi alla bruttezza della vita, perpetrata dalla condizione umana.
L’uomo che si ribella alla malvagità e alla cattiveria, che si accorge di quanto siamo uguali e unici nel nostro essere umani. Una visione che può essere tenera e divertente, ma anche malinconica e crudele, che racconta l’avviarsi ai vent’anni, quando si comincia ad essere realmente artefici del proprio destino, coscienti delle proprie azioni. Boccaccini lo fa portando in scena un gruppo di giovani attori, tutti sapientemente guidati dalla sua mano esperta, che ha visto passare sulle assi del teatro, tantissimi attori, colleghi, che a lui si sono affidati per raccontare tante storie, tante emozioni, tante vite.
Le belle notti, diretto da Claudio Boccaccini, sarà in scena dal 13 al 16 novembre al Teatro Marconi di Roma e non me ne vogliano se mi piace citare anche tutti i nomi dei protagonisti che saliranno sul palco: Corinna Angeloro, Mattia Aquilani, Niccolò Bambi, Iulia Bonagura, Tommaso Bocconi, Margherita Cellini, Chiara Colonna, Alessia De Simone, Tonia Garardo, Luca Materazzo, Ignazio Martorano, Leonardo Pandolfi, Camilla Pujia, Aramis Reibenspiess, Manuel Rosati, Luca Salzarulo, Chiara Silano.
Buongiorno Claudio, ha scelto di portare in scena per la quinta volta “Le belle notti” di Gianni Clementi, con un gruppo di giovani artisti, che hanno dai 18 ai 22 anni. Perché ha scelto ancora questo testo e come ha scelto questo nuovo cast di attori?
Il testo ritengo che, nonostante siano passati 17 anni dalla prima edizione, è tuttora attuale: racconta una stagione della vita, quella della giovinezza, quindi è chiaro che è un testo destinato ad essere sempre attuale. La scelta degli attori è stata abbastanza complessa: abbiamo fatto moltissimi provini, abbiamo valutato circa 70 ragazzi per poi sceglierne 17 alla fine. 3 sono allievi della mia scuola, gli altri 14 sono stati scelti attraverso i provini. È stato divertente perché mi ha permesso di posare lo sguardo sull’attuale situazione dei giovani attori. Ho scoperto che ci sono tantissimi giovani attori molto bravi attualmente, trovo che sia stata un’indagine interessante con una scoperta davvero utile.
Lo scenario che si delinea è quello di giovani studenti e delle occupazioni studentesche alla fine degli anni ’60 che hanno segnato la vita di un’intera generazione, hanno dato vita alla presa di coscienza di giovani che si sono ritrovati a interiorizzare dei valori, quali dignità, uguaglianza, rispetto, diritti, ecc… Cosa ha significato ciò, nei successivi anni, nella crescita di quella generazione?
Lo spettacolo, nella prima parte, che è la più corposa, racconta di un’occupazione scolastica che è avvenuta nel ‘69 quindi stiamo parlando di persone che più o meno hanno la mia età adesso. In quegli anni avevano tra i 16 e i 18 anni e si sono trovati a vivere un momento di grande fermento culturale, politico, sociale e sono poi cresciuti con quell’imprinting che si sono portati dietro fino ad oggi, ognuno facendo le proprie scelte e prendendo strade diverse.
Nella seconda parte, lo spettacolo racconta che fine hanno fatto quei ragazzi del’69, perché saranno i loro figli a raccontarsi e a raccontarcelo. Scopriremo che molti di loro hanno tradito quegli ideali che portavano avanti ai tempi dell’occupazione, ma questo è assolutamente normale: da adolescenti è giusto essere estremi nelle scelte, poi la vita ti cambia. A mio parere non è un tradimento degli ideali, è semplicemente la vita che ti prende e ti porta da una parte o dall’altra, senza colpe. Lo spettacolo in fondo racconta anche questo.

La strage di Piazza Fontana che qui viene ricordata, è avvenuta insieme ad altri attentati, che per fortuna non provocarono vittime, ma che diedero inizio al periodo della strategia della tensione che mirava e destabilizzare la Repubblica Italiana. L’uccisione di tante vittime innocenti, risvegliò le coscienze dei cittadini? Cosa cambiò da allora?
La strage di Piazza Fontana avvenne il 12 dicembre del ’69 e fu la prima vera strage in Italia e scioccò l’opinione pubblica perché si dice che quell’evento sancì la perdita della coscienza e dell’innocenza collettiva: le persone si ritrovarono a fronteggiare qualcosa che non conoscevano, qualcosa di terribile.
Da quel momento in poi altre stragi furono prevalentemente di matrice neofascista, anche se all’inizio furono addebitate agli anarchici. Da quel momento in poi nulla fu più come prima e le persone purtroppo cominciarono ad abituarsi anche a questo tipo di orrore, fino ad arrivare alle stragi in diretta, fino ad arrivare al genocidio che ancora oggi si perpetra in Palestina: lo vediamo in diretta televisiva.
Quanto conoscono i giovani di oggi della storia di allora?
Conoscono poco e questo spettacolo ha la piccola pretesa di informare il pubblico e soprattutto i giovani. Il teatro ha anche la funzione di informare oltre che suggestionare e regalare emozioni. Non è colpa dei ragazzi se sanno poco di questa parte di storia perché non viene insegnata a scuola.
Durante le prove ho cercato di raccontare ai ragazzi quel periodo il più possibile, anche per farli calare nei ruoli dal punto di vista interpretativo. Li ho invitati a vedere le immagini su Youtube: nello spettacolo ho inserito un video in cui si vedono gli eventi a seguire della strage di Piazza Fontana. Bisognerebbe insegnare e spiegare ai ragazzi: in fondo quello che siamo oggi è il frutto di quello che siamo stati in quegli anni.
Come ha aiutato i giovani protagonisti a calarsi nei panni dei personaggi? Quali sono stati i suoi suggerimenti?
Il suggerimento maggiore è quello di cercare, guardare utilizzando i mezzi che abbiamo oggi a disposizione: su internet è pieno di immagini legate a quegli anni, li ho invitati a guardare come eravamo noi. Poi ho raccontato tante cose anche personali perché nel ‘69 avevo 16 anni e mi ricordo bene quell’epoca. I rapporti tra amici ma anche con i genitori erano completamente diversi: nello spettacolo c’è una scena in cui fuori dalla scuola occupata c’è il padre di uno degli occupanti e tutti, che prima si dimostravano molto schierati e molto sicuri, cominciano a tremare. È una scena che fa molto ridere, ma ci serve per raccontare come i genitori avessero tutta un’altra autorità e soprattutto quanta distanza c’era con i genitori.
Nella seconda parte dello spettacolo, ambientata nel 2002, una delle cose più evidenti è proprio la presenza dei genitori, che attraverso i cellulari chiamano continuamente per sapere che fanno i loro figli. Nel ‘69 questo non c’era, non esistevano i telefonini, e soprattutto non avevamo questo rapporto così intimo e confidenziale con i nostri genitori: loro non sapevano cosa stessimo facendo, si usciva e si rientrava la sera e tutto andava bene.
Oggi un ragazzo esce e dopo dieci minuti riceve una telefonata da parte del genitore ed è un continuo monitorare. I genitori oggi sono sempre presenti nella vita dei ragazzi, e questo si vede molto nello spettacolo e anche questo fa molto ridere, ma dà l’idea di come sono cambiate le cose e di come forse una certa autonomia da parte dei giovani si sia un po’ persa.

Da regista lei guida, dirige gli attori sulla scena. Quando prepara uno spettacolo con argomenti vicini alla realtà, alla storia, cosa prende maggiormente in esame? Le capita di avere anche uno scambio di idee più personali con gli attori o con le maestranze che lavorano con lei?
Ovviamente lo scambio di idee c’è sempre con i collaboratori più stretti, con il mio aiuto regia Andrea Goracci, ma anche con la costumista e lo scenografo. In questo caso mi sono occupato personalmente dell’allestimento scenico. Lo scambio c’è ovviamente anche con gli attori, il teatro è un luogo di confronto continuo: a volte escono delle cose alle quali io non avevo pensato e che hanno immaginato loro.
Cosa spera che abbiano ricevuto i suoi attori da questo spettacolo? E lei, personalmente?
Spero abbiano ricevuto tanto, ogni spettacolo porta sempre qualcosa, un’esperienza, a tutte le età, anche a me dopo una vita che faccio questo mestiere. Nel caso dei ragazzi, stare insieme in 17 sullo stesso palcoscenico è una cosa che difficilmente accadrà loro ancora, quindi li ho invitati a viversela bene, a divertirsi in maniera sana e professionale, a vivere questa esperienza come qualcosa di irripetibile.
Cosa spera per il futuro e cosa spera di vedere nei giovani che ne saranno i protagonisti?
Questo spettacolo è stato per molti un trampolino di lancio a livello professionale, ne cito solo una perché è l’ultima in ordine di tempo, una delle interpreti dell’ultima edizione al Teatro Della Cometa, Romana Maggiora Vergano, oggi è un’attrice che sta lavorando tanto. Cito lei ma potrei citarne tanti altri. Auguro al cast di oggi di fare la stessa strada che hanno fatto i loro predecessori a livello professionale naturalmente. A livello umano la sola cosa che posso augurare loro è che stiano bene, che siano felici, facendo gli attori oppure no, ma l’importante è stare bene.
Grazie e in bocca al lupo per lo spettacolo!





