Due giugno: una memoria inclusiva

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la necessità di un maggiore “bisogno di memoria”

Per oltre settant’anni il 2 giugno ha rappresentato non solo un momento di unità istituzionale ma soprattutto una data in cui il popolo italiano, al di là delle differenze ideologiche (cattolici, socialisti, comunisti, liberali) si riconoscevano, perché comuni e condivise erano le basi storiche e culturali delle diverse forze politiche e sociali, quelle della lotta antifascista prima e della resistenza e liberazione dall’occupante nazista e dai collaborazionisti della Repubblica Sociale Italiana poi.

Oggi, con un atto di evidente rottura e distanza da quelle comuni basi, la destra italiana (da quella moderata di Berlusconi a quella estrema della Meloni, passando per il sovranismo populista della Lega) promuove una manifestazione, senza simboli di partito, ma solo con la bandiera nazionale, come se questa rappresentasse una parte del popolo italiano, quello sceso in piazza, nonostante la pandemia, e non l’Italia tutta, ovvero con la presunzione di rappresentare sotto i simboli nazionali tutto il popolo.

I fascisti del terzo millennio, lontani dalle macchiette nostalgiche del novecento, e i loro sodali che si professano liberali, ma che non nascondono un “sottile piacere” per regimi autoritari e conservatori, portano avanti ormai da diversi anni un processo di revisionismo storico a cui il campo democratico oppone una flebile opposizione, demandando agli storici di smontare la visione di un’altra storia (dalla resistenza, alla Shoah, alle foibe, alla lotta di liberazione). Si ha quasi l’impressione di un capovolgimento della storia: una destra agguerrita e all’attacco e un campo democratico sempre più diviso e sulla difensiva.

Così accade anche per il prossimo 2 giugno dove una destra sovranista e populista occupa le piazze d’Italia con lo slogan “Ripartiamo insieme. Per l’orgoglio italiano” tentando di costruire su una data, che dovrebbe unire tutti gli italiani, una propria egemonia politica, trasformando una ricorrenza civile “inclusiva” in una “di parte” da utilizzare a fini politici.

Il 2 giugno, come il 25 aprile sono due date di quel calendario civile  la cui ricorrenza deve rappresentare uno strumento per la lettura del presente e la costruzione del futuro e devono sempre essere rinnovate perché nuove sono le generazioni che coinvolgono così come nuovi e diversi sono i cittadini che vengono interessati. Sono patti sociali su cui fondare una nuova cittadinanza non solo nazionale ma anche europea, non solo di cittadini italiani ma anche di cittadini esteri che in base ad un rinnovato diritto di cittadinanza si possano sentire parte di una storia comune e di un comune avvenire.

Il 2 giugno non avrebbe senso senza il 25 aprile, due date di quella “religione civile” che il fascismo con il culto del Duce aveva azzerato. Con la proclamazione della Repubblica per la prima volta le parole “Italia” e “Patria” diventano valori  assoluti privi di qualunque aggettivazione: l’Italia fascista, la patria “fascista”.

Come scriveva Natalia Ginzburg «Le parole ‘patria’ e ‘Italia’ che ci avevano tanto nauseato fra le pareti della scuola, perché sempre accompagnate dall’aggettivo fascista, perché gonfie di vuoto, ci parvero d’un tratto senza aggettivi e così trasformate che ci sembrò di averle udite e pensate per la prima volta. D’un tratto alle nostre orecchie risultarono vere». “Patria” e Italia” così come la “bandiera nazionale” simboli di quella religione civile che Piero Calamandrei legava all’antifascismo e alla Resistenza come movimento di popolo che spontaneamente, spesso anche in modo ingenuo, si sollevò contro l’occupante nazifascista per quello che oggi chiameremmo il “bene comune” della libertà, che trovò il suo momento più alto nella Costituzione repubblicana. «Le costituzioni», scriveva allora Calamandrei, «vivono fino a che le alimenta dal didentro la forza politica: se in qualche parte ristagna questa circolazione vitale, gli istituti costituzionali rimangono formule inerti, come avviene nei tessuti del cuore umano, dove se il sangue cessa di affluire, si produce quella mortale inerzia che i patologi chiamano infarto». Per oltre settant’anni i partiti dell’arco costituzionale si sono impegnati per una ricorrenza inclusiva, una festa di tutti gli italiani, anche di quelli che allora fecero la scelta di stare dalla parte dell’occupante nazista.

Tornano oggi di grande attualità le parole di Calamandrei quando parla della “Costituzione murata col vostro sangue sono tornati da remote caligini i fantasmi della vergogna troppo presto li avevamo dimenticati”. E allora dobbiamo sempre tenere presenti le parole pronunciate da Calamandrei all’Assemblea Costituente del 1947: fra un secolo si immaginerà che in questa nostra Assemblea, mentre si discuteva sulla nuova Costituzione repubblicana, seduti su questi scranni non siamo stati noi, uomini effimeri, di cui i nomi saranno cancellati e dimenticati, ma sia stato un popolo di morti, di quei morti che noi conosciamo ad uno ad uno, caduti nelle nostre file nelle prigioni e sui patiboli, sui monti e nelle pianure, nelle steppe russe e nelle sabbie africane, nei mari e nei deserti, da Matteotti a Rosselli, da Amendola a Gramsci, fino ai giovanetti partigiani.(..) Essi sono morti senza retorica, senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere: il grande lavoro che occorreva per restituire all’Italia libertà e dignità. Di questo lavoro si sono riservata la parte più dura e più difficile: quella di morire, di testimoniare con la fede e la morte la fede nella giustizia. A noi è rimasto un compito cento volte più agevole: quello di tradurre in leggi chiare, stabili ed oneste il loro sogno di una società più giusta e più umana, di una solidarietà di tutti gli uomini alleati a debellare il dolore. Assai poco, in verità, chiedono a noi i nostri morti. Non dobbiamo tradirli”.

Ci siamo forse illusi che bastassero istituzioni e pratiche democratiche perché come scrive Calamandrei “sono tornati da remote caligini i fantasmi della vergogna (che)  troppo presto li avevamo dimenticati”. Chi ha combattuto allora contro il fascismo non lo faceva solo per ritrovare la libertà ma anche per instaurare un nuovo regime quello democratico che poi ha trovato attuazione con la Costituzione al cui centro veniva a trovarsi il popolo (“la sovranità appartiene al popolo”).

Chi combatté allora si muoveva su di una bellissima utopia, che prese l’immagine del sorriso di una donna incorniciata dalla pagina di un giornale che annunciava la vittoria della Repubblica. Quella foto diventò il simbolo di una democrazia giovane e “bella”, quasi una democrazia “materna” che accudisce i suoi figli con i principi dell’uguaglianza e della solidarietà. La storia del periodo repubblicano non è stata sempre lineare, negli anni, diversi sono stati i tentativi di riportare la storia indietro, dai vari tentativi di golpe alla strategia della tensione, alle connivenze con la criminalità comune e mafiosa. Ma nonostante il tanto sangue versato dalla strage di Portella della Ginestra fine alle bombe degli anni ottanta, c’erano comunque le forze uscite dalla resistenza a presidio della democrazia e della libertà. Oggi assistiamo ancora una volta a rigurgiti fascisti o a tentativi mascherati da sovranismo populista in cui ritorna la voglia dell’uomo forte solo al comando. Dover a distanza di 75 anni dalla fine della guerra vedere ancora manifestazioni, episodi in cui in maniera esplicita ci si richiama a simboli e slogan del passato ventennio, ci da purtroppo la cifra di quanto in Italia sia mancata la necessaria epurazione, di quanto sia mancato un ragionamento rigoroso su cosa sia stato il fascismo, che cosa ha rappresentato e come sia stato accolto e spesso accettato dal popolo italiano.

Oggi ci rendiamo conto che l’Italia, a differenza di altri paesi, non ha mai fatto i conti con il fascismo, non abbiamo, e qui la grossa responsabilità della scuola, mai approfondito il ruolo che il pensiero fascista ha avuto dopo la liberazione e soprattutto che molti dei fascisti storici, per effetto dell’amnistia-indulto operata da Togliatti nel 1946, sono ritornati a ricoprire gli incarichi che avevano durante il regime. Probabilmente non si è riflettuto abbastanza che lo stato italiano nato dalla guerra di liberazione era non solo uno stato repubblicano e democratico, ma anche antifascista. I fenomeni dovuti da un lato ai movimenti migratori e la crisi economica, indotta da quella sanitaria del covid-19,  spingono, aiutati anche da un clima europeo che vede, soprattutto, ma non solo, i paesi dell’est europeo tendere verso una destra estrema (il caso dell’Ungheria di Orban) le destre italiane a radicalizzarsi alzando la bandiera del nazionalismo e del razzismo. Dentro questo clima, voluta dalle forze della destra sovranista, nasce la  manifestazione di parte del 2 giugno, con l’intento di dividere piuttosto che unire, come in un momento di crisi economica e sociale richiederebbe.

Oggi ci sarebbe la necessità invece di un maggiore “bisogno di memoria” ricordando proprio le parole di Calamandrei sulla “Costituzione murata”.

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Roberto Papa

Roberto Papa

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. (Bertold Brecht)

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