Il nostro sguardo su Dell’arte della guerra

registi che si definiscono “militanti”
Il giorno 15.02 ho assistito al Centro Socio Culturale di Marigliano alla proiezione del docufilm Dell’arte della guerra di Luca Bellino e Silvia Luzi, registi che si definiscono “militanti”, dedicato alla lotta degli operai della INSSE, storica fabbrica di Milano, in via Rubattino.
Nel 2017, 4 operai, Vincenzo, Fabio, Massimo e Luigi salirono su una gru per protestare contro la chiusura della fabbrica. Quello che sarebbe potuto sembrare un atto estemporaneo era in realtà il tassello di una strategia più ampia. Il film, multipremiato anche e soprattutto all’estero ricostruisce infatti quella vicenda nella sua globalità, alternando sapientemente immagini in presa diretta dai luoghi del picchetto del presidio esterno; a quelle sulla gru, girate post-eventum, ad altre invece girate in mood più cinematografico; il tutto, sapientemente intervallato da spezzoni di telegiornali radiogiornali etc. Ed ecco davanti ai nostro occhi dipanarsi magnificamente la lotta di uomini e donne per la difesa del proprio posto di lavoro.
La parte più cinematografica (e insieme documentaristica…) è quella relativa alle interviste ai 4 operai saliti sul ponte gru: la camera indugia sui loro volti anche con effetto di asincrono tra audio e video: è come se gli autori abbiano voluti restituire i corpi soprattutto – perché la rivoluzione si fa innanzitutto con i corpi – di quegli operai che hanno sfidato il padrone e hanno vinto (caso unico più che raro, nell’Italia degli ultimi 40 anni). Ma soprattutto ciò che resta nello spettatore è che quei corpi, quei volti vengono inquadrati tra le macerie di una fabbrica dismessa e in dismissione: come ci ha detto uno dei 4 operai, Fabio, presente alla proiezione, si trattava di un’ala della fabbrica che già da tempo non era operativa; ed è come se i registi avessero voluto mostrarci: uomini vivi che lottano e vincono in un mondo di macerie; sono gli unici vivi in un paesaggio morto. Non a caso, queste scene sono girate in bianco e nero o almeno virate in bianco e nero, a conferire ai “4 della gru” una certa monumentalità. Un’aura mitica. Una sorta di capovolgimento estetico che vuole di solito l’operaio non molto cool o smat come si direbbe oggi…
Prevale in Silvia Luzi e in Bellino, soprattutto un grande rispetto per queste persone e le loro esperienze: coincidenza ha voluto che poco prima di scrivere questa recensione abbia letto un articolo su Il Manifesto che parla invece del documentario dedicato alla celebre tipografia romana Apollon in cui si sottolinea di come i registi di allora (fine anni 70) cercassero non solo di filmare la lotta ma anche di indirizzarla, con grande e ovvia avversità da parte degli operai… E chissà che non possa tornare una sana alleanza tra intellettuali e operai anche a vedere questo film: l’arte dei primi al servizio della consapevolezza e volontà dei secondi… ce n’è tanto bisogno.
Per tornare al film, dei 4, il più lucido nell’analisi della vicenda è Vincenzo. Vincenzo operaio da una vita. Vincenzo, terrone. Vincenzo povero da sempre, come racconta lui stesso. Egli infatti è di origini lucane e la sua famiglia si è prima trasferita a Genova e poi a Milano. Ed è proprio dalla sua condizione materiale che egli parte nella sua analisi: la condizione di povero, ma soprattutto di “schiavo” come tiene più volte a sottolineare perché chi è <<sotto padrone, è sempre schiavo>>. Vincenzo, a partire da queste condizioni materiali, espone la strategia che ha guidato la lotta ed è una strategia molto raffinata e non a caso il titolo del film si riferisce sia alla classica opera di Sun Tzu che a quella del Machiavelli. Soprattutto l’opera di Sun Tzu è stata spesso presa a modello da molti uomini politici tra gli altri D’Alema… che diceva di avere il libro omonimo sul comodino. Ma mentre per D’Alema, gli stratagemmi del generale e filosofo cinese servivano al “massimo” per avere ragione di avversari “politici”, nel caso degli operai INSSE, invece, una strategia “militare” serve soprattutto per riconquistarsi il diritto al lavoro e alla “pagnotta”. Poche ciance insomma. Nel caso dell’INSSE, infatti, il proprietario Silvano Genta decide di vendere gli impianti e di chiudere nonostante la fabbrica sia sana. Dietro, as usual business, c’è l’appetito immobiliarista a causa dell’EXPO: chiudere una fabbrica che crea cose per costruire case (spesso invendute). Gli operai non ci stanno. Ma non montano la solita protesta cui abbiamo spesso assistito in questi anni. Infatti, Vincenzo ribadisce che molte proteste simili alla loro e cioè salire su una gru, sono poi fallite proprio perché non avevano una strategia. Il peggio poi è avere contro i mass media: la cosiddetta “narrazione” individua negli operai quelli brutti sporchi e cattivi e nel padrone invece l’uomo superiore che opera sempre bene, con un vero e proprio capovolgimento assiologico rispetto agli anni 60 e 70 (quanti imprenditori vengono candidati alla guida delle Regioni? quanti operai? e maestre? e infermiere? suore?). Eppure nonostante tutte le condizioni contrarie, Vincenzo e gli altri hanno vinto la loro battaglia proprio perché avevano una strategia, una consapevolezza. La consapevolezza di essere in guerra: da un lato chi vuole chiudere per il profitto, dall’altro chi invece vuole il lavoro per la propria sopravvivenza e dignità. E la consapevolezza di essere “schiavi” e dunque la necessità come ha detto Vincenzo in una sequenza del film di trasformare “il rancore personale in rancore collettivo”. Ma la vera vittoria da parte di Vincenzo e gli altri è stata quella di coinvolgere anche i meno consapevoli politicamente, di operare cioè un lavoro di “evangelizzazione” quasi uno ad uno, senza menate di social vari: le bellissime immagini commoventi, degli operai rimasti fuori a presidiare che si muovono come un sol uomo per arrivare allo scopo. Per Vincenzo la volontà del padrone non è la volontà assoluta epperò ciascuno deve prendere consapevolezza che questo sistema ormai monodirezionale ci sta conducendo alla distruzione, ambientale e dei diritti: se non si prende consapevolezza di ciò, ecco che tutte le colpe del capitalismo vengono addossate a quelli più poveri di noi e dunque prevarranno xenofobia, razzismo e anche di peggio…
Chi ha compreso ciò sono gli ex operai della FIAT di Pomigliano, ad esempio: ex perché licenziati, e che hanno animato il dibattito successivo al film. In particolare Mimmo Mignano, che è stato licenziato solo per aver fatto satira su Marchionne, in seguito ai suicidi di alcuni operaie e operai, per le condizioni ormai insopportabili nella fabbrica (e dopo averli spremuti, oggi la fabbrica viene venduta alla Peugeot…), tra cui Maria Baratto. Per l’operaio, per il lavoratore dipendente, non esiste il diritto di critica, di satira: esiste solo per i piani alti. Ma la voce più forte è stata quella di Marco uno degli operai FIAT licenziati, che ha “urlato” tutta la sua rabbia ma anche la sua dignità, di operaio licenziato e della coerenza di non aver mai abdicato alla lotta. Testimonianza davvero forte che è un pugno nello stomaco: altro che esibizionismi più o meno social e televisivi! Purtroppo mancavano gli operai della Whirlpool di Napoli che come si sa sono in via di licenziamento. Ma è a loro che si sono rivolti tutti quelli intervenuti nel dibattito. Così come gli operai FIAT di Melfi.
Davanti a tante cosiddette opposizioni da “salotto” più o meno “ittiche”, grazie al film e la realtà successiva, abbiamo assistito a qualcosa di autentico, di vivo, vero, di materialistico per una volta tanto. Ed è da questa rabbia, da questa consapevolezza che forse può nascere l’opposizione ad un sistema che ci strangola mentre ci inebetisce con la cosiddetta “società dello spettacolo”. E forse l’arte in generale oggi dovrebbe seguire l’esempio di dell’arte della guerra e degli operai in lotta.





