Intervista a Domenico Palmiero in scena al Festival Teatrale Teatramm’

Al Festival Teatramm torna la compagnia di Domenico Palmiero con un nuovo spettacolo Gian Maria, una parola!

Torna al Festival Teatrale Teatramm’ la Compagnia FSSL diretta da Domenico Palmiero, già vincitrice della scorsa edizione con Anniversario di matrimonio, con un nuovo spettacolo, “Gian Maria, una parola!” scritto da Crescenzo Autieri. In scena Domenico Palmiero, Virginia Palumbo, Michele Cupito, Consiglia Cianci, Daniela Merenda, Francesco Pioggiarella, Mario Di Fraia, Santo Catalano, regia di Palmiero.

La compagnia, che proviene da Caserta, e precisamente da San Marco Evangelista, è formata da un gruppo giovane e animato da idee fresche e spesso innovative, come quelle che seguono lo spettacolo che porteranno in scena il 31 agosto alle ore 19.00 al Teatro Marconi di Roma.

Salve Domenico, ci si rivede dopo un anno un po’ particolare, perché, saltando la stagione teatrale, non avete avuto occasione di lavorare attivamente quest’anno. Cosa ha fatto la compagnia in questi lunghi mesi di non lavoro?

Bentrovata! Si, sono stati, ancora, mesi difficili. Subito dopo il debutto di Anniversario di matrimonio nella scorsa edizione del festival, abbiamo portato lo spettacolo tra il nostro pubblico. Avremmo dovuto debuttare a novembre con un nuovo allestimento ma, con l’aggravarsi dell’andamento epidemiologico, saltò tutto. Obiettivo unico è però stato l’allestimento di Non ti pago previsto già da inizio stagione a maggio e senza neanche avere la certezza che riaprissero i Teatri, pubblicammo e ufficializzammo le date. È stata una follia! Abbiamo praticamente avuto la certezza che saremmo andati in scena una settimana prima del debutto. Devo dire che è stata una grande festa di ben tornati!

Cosa vi ha lasciato quest’anno? Quali sono le riflessioni che avete fatto durante questo periodo di stop?

Sicuramente la consapevolezza di vivere tra le macerie morali che questo periodo ci sta lasciando. Forse non ne abbiamo colpa ma tanti atteggiamenti comuni sono peggiorati e l’assenza totale della cultura nella nostra quotidianità ha aggravato, e non poco, la situazione nella quale tutti ci troviamo.

Come vi sentite ad aprire la terza edizione di Teatramm?

Ansiosi. È la terza edizione del Festival ed è la nostra terza partecipazione. Siamo, poi, i vincitori uscenti della scorsa edizione e questo, oltre ad essere un motivo d’orgoglio, è anche un atto di responsabilità. Siamo però felicissimi di tornare al Marconi. Si respira aria pura… tranquilla. Tant’è vero che, anche quest’anno, lo spettacolo in concorso lo debutteremo lì.

Cosa vi aspettate quest’anno dall’edizione e come vi approcciate a essa? In fondo voi vi partecipate dalla prima edizione, siete dei “veterani” della manifestazione!

Non c’aspettiamo nulla in particolare. Abbiamo solo voglia di andare in scena con il nostro spettacolo e parlare, ancora una volta, al pubblico. È sempre il pubblico il primo obiettivo… i premi delle scorse edizioni ci hanno spinto a proseguire su questa strada ma poi si va avanti e bisogna sempre conservare l’entusiasmo per reinventarsi e proporre altro, quindi rimettersi in gioco.

Parliamo dello spettacolo che portate quest’anno in scena. Chi è Gian Maria? Come nasce questo personaggio?

Con lo spettacolo di quest’anno chiudiamo una trilogia venuta fuori tra i testi di Crescenzo Autieri iniziata nel 2018 con Work in progress, proseguita nel 2020 con Anniversario di Matrimonio e, infine, quello di quest’anno Gian Maria, una parola!
Gli spettacoli (tutti e tre rappresentanti a Teatramm’), portano lo spettatore davanti a tre storie diverse tra loro ma che hanno in comune tanta umanità e tanta, spesso anche violenta, realtà!
Gian Maria, ahimè, viene fuori da ciò. È un ragazzo autistico che si trova, inconsapevole, a combattere contro chi ostenta il suo disagio e lo tira verso le proprie convenienze, in questo caso economiche. Si trova a combattere, con la sua ingenuità, in un ambiente privo di sentimenti.

Quali sono le sue caratteristiche che lo rendono un vincente?

Vincerà? Lo sarà mai un vincente in definitiva? Combatte piccole battaglie e riesce ad uscirne fuori… ma se provassimo ad allontanarci per avere una visione più ampia, credo che difficilmente verremmo a capo di una risposta. E non c’è. Non è questo che deve interessarci ma il contorno. Chissà quanti Gian Maria esistono in questo mondo e chissà quanti, come lui, hanno la sfortuna di vivere in un contesto del genere. A noi interessa guardare il contorno e far si, nel nostro piccolo, che cose del genere non accadano. Utopia? Probabile. Ma ci spero, vivamente!

Chi sono invece gli altri personaggi?

Chi lo sa! Non hanno un’identità. Non sono! Potrei risponderti dicendo che sono “i cattivi” ma sarebbe troppo poco. In loro c’è tutta una non umanità feroce, disarmante che si manifesta nella quotidianità… nell’indifferenza loro e di chi osserva. C’è, per fortuna, qualche personaggio che si salva… ma non salva!

Negli spettacoli che avete portato in scena in questi anni c’è sempre un’importante chiave sociale: qual è quella principale di quest’anno e quanta importanza ha tutto questo nel vostro lavoro?

È obiettivo basilare quello di mettere la gente a guardare se stessa quindi i propri pregi e difetti.
Senza questo meccanismo il Teatro, a mio avviso, perde la sua ragione di essere e si allontana dal pubblico mummificandosi in prodotti freddi che, magari, hanno di affascinante trovate tecniche – registiche che entusiasmano lo spettatore in quel momento ma che non lasciano, poi, nulla.

Per voi qual è la cosa più importante da trasferire agli spettatori: il senso di smarrimento che porta alla riflessione o il senso di provocazione che prima scandalizza e poi fa riflettere?

Entrambi i meccanismi funzionano. Dipende dal testo e da ciò che si va a mettere in scena. Nel caso di Gian Maria non c’è smarrimento. I personaggi sanno esattamente quello che vogliono. Ciò scandalizza… disgusterà!

Secondo te, cosa, come e chi potrà far rinascere il teatro e riportare gli spettatori a seguire gli spettacoli live?

E nostro compito riconquistare la fiducia dello spettatore. Il pubblico deve tornare ad essere composto da tutti: notai come operai, impiegati come professori, fruttivendoli e avvocati. Tutti. Il Teatro rinascerà quando lo spettatore verrà a Teatro con la t-shirt e la spettatrice senza la sua pelliccia.
Questo, s’intende, è un esempio esasperato ma che faccia capire che è importante cercare in ciò che si fa e si mette in scena, la nostra finta realtà per renderla vera in palcoscenico quindi avvicinare il pubblico a ciò che sta vedendo senza metterlo difronte ad allegorie e a simbolismi che provocano nello spettatore medio un senso di smarrimento che non gli farà più mettere piede in Teatro.
Bisogna innescare una trappola. Cosi come, tra tanti, faceva Pirandello. Si serviva di Ciampa, Liolà, Crispucci, Ponza, Laudisi (vale a dire personaggi semplici) per mettere nella loro bocca teorie pesanti e concetti complessi e far si che venissero comprese da tutti. Tutti. Se avesse voluto rivolgersi unicamente ad universitari e professori avrebbe scritto tanti saggi e non si sarebbe sforzato per una vita intera a servirsi del Teatro mettendo l’umanità difronte a sé stessa.

Grazie e in bocca al lupo per la vostra performance!

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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