“L’enigma dei suoi occhi” il romanzo di Loredana Manciati

Amore, amicizia, avventura: le tre  “A” che racchiudono l’intero significato del romanzo

Era un pomeriggio piovoso il 6 novembre, eppure in quel fluire fluido delle persone in sala si assaporava la curiosità, l’aspettativa, la frenesia di immergersi nelle emozioni, le proprie e quelle degli altri, in un’osmosi indefinita e impalpabile. Ed è proprio in quel breve silenzio, in quella frazione che precede la parola, che si crea una dimensione spaziotemporale unica, assoluta nel suo genere, letteraria forse, ma soprattutto umana, pregna di quella voglia di raccontarsi e di ascoltare, di interrogare e di interrogarsi in un vortice emozionale.

Cos’altro si sarebbe potuto offrire in quel momento se non una immersione profonda nella narrazione, tra le righe, tra i periodi concisi, tra i pensieri espressi con tanta accuratezza e prodigalità di dettaglio? Ed è così che in quello spazio così intimo e raccolto hanno iniziato a prendere forma Marzia ed Ernesto, nati dalla penna sapiente ed artistica dell’autrice Loredana Manciati, in un romanzo “L’enigma dei suoi occhi” che si dipana attraverso l’amore, l’amicizia, l’avventura: quelle tre “A” che racchiudono, secondo l’autrice, l’intero significato della storia.

Nelle parole di Ernesto vibra sonoro il trasporto per Marzia, per quella ragazza così esile e bellissima, così eterea e “divina”, come se un’aura promanasse da lei sebbene fosse ristretta e relegata in quella sua (almeno apparente) cecità: un ossimoro trovare la luce nell’oscurità che solo l’amore può generare. Ed Ernesto, così timoroso di affrontare la vita, apparentemente incatenato ad un ruolo di spettatore, avverte un impulso forte ed irrefrenabile, a tratti inspiegabile, che lo spinge a compiere delle scelte, ad assumersi delle responsabilità, a crescere. Ma cosa induce a questa parabola evolutiva? Un fattore esterno qual è l’amore per Marzia, potente e incontenibile? Oppure qualcosa che gli appartiene, che è connaturato alla sua personalità: la curiosità? L’autrice lascia astutamente al lettore sciogliere questo interrogativo affinché ciascuno nei pensieri di Ernesto, espressi in prima persona, possa trovare la propria personale risposta.

In un pathos crescente, in cui la lettura diventa protagonista della serata, si sperimenta l’essenza delle emozioni, si attraversa quel percorso in cui l’io diventa noi con una semplicità che non merita programmi o spiegazioni. Questo è il motivo per il quale il primo capitolo, intitolato “Innamoramento”, diventa centro nevralgico, nucleo embrionale dell’intera storia. E proprio lì, tra queste sfumature così tenui e delicate, un fil rouge prende per mano il lettore e lo guida attraverso il percorso intimo e personale di Ernesto, un fil rouge che è rappresentato dai sensi, dalla “vista”. Così, se Ernesto non sembra riuscire a guardare che con gli occhi, Marzia eleva altissimo il proprio amore al di sopra di ciò che è tangibile, al di sopra del visibile, trascinando lui in questa danza sensoriale dalla quale nessuno dei due vorrà più fare ritorno. “Credi che l’amore passi solo dagli occhi? Io ho imparato a farne a meno credimi! Sento il suono delle voci, le vibrazioni del corpo, le mille sfumature di un movimento che si trasmette anche attraverso le cose […]”. È sorto spontaneo chiedersi se veramente ciò che è “essenziale è invisibile agli occhi”. Una risposta, quella dell’autrice: “aver dipinto con le parole e scritto con le immagini” il sensibile del mondo, affinché fosse la forza evocativa della parola stessa a poterne cogliere la profondità. Così, sull’onda di questa meravigliosa riflessione, l’arte diventa cornice e i richiami ad artisti senza tempo pennellate dense sulla tela. Ed è suggestivo lasciarsi guidare in un’altra dimensione in cui sogno ed immaginazione si mescolano, in cui gli incubi di Ernesto si trasformano in un volo “sulla città”, come nell’omonimo quadro di Chagall. Allora quale può essere il connubio tra arte e vita, tra arte e amore? Può essere l’arte veicolo di innamoramento? L’autrice sembra offrirne una risposta di sconvolgente verità e, posando lo sguardo sugli occhi attenti dei presenti, ha confidato che non possono esserci confini tra l’arte e i sentimenti perché l’arte può essere essa stessa tormento, come tormento può essere il più sommo dei sentimenti ovvero l’amore. Ciò costituisce preludio del prosieguo della storia che, da lineare storia d’amore, subisce uno “strappo” improvviso, un colpo di scena destinato a cambiare per sempre le sorti dei personaggi. Ed Ernesto, che con risvolti noir, si troverà a ricercare la sua Marzia e successivamente a superare peripezie ed ostacoli, trova costantemente nel supporto della famiglia il suo punto fermo, la sua ancora.

In questo preciso passaggio, sono emersi ricordi, e il romanzo si è mescolato alla vita, e il ricordo di Ernesto per suo nonno è divenuto il ricordo di Loredana Manciati per quella stessa figura così lontana, eppure così immancabilmente presente e viva. Un tocco autobiografico, forse il più autobiografico, ha spiegato l’artista, che custodisce con commozione dentro di sé l’immagine del nonno, non certo di eroe – perché nella bruttura della guerra niente è eroico – ma di uomo, semplicemente di uomo. Tale ricordo è diventato, a conclusione della serata, filo conduttore per un’ultima considerazione, forse la più essenziale: la speranza. “Tra stimolo e risposta c’è uno spazio. In questo spazio si trova il nostro potere di scegliere la risposta. In questa risposta si trovano la nostra crescita e la nostra evoluzione”.

Un richiamo, quello allo psichiatra e filosofo Victor Frankl, che per l’autrice ha costituito l’origine stessa del libro, il concepimento della storia. È interessante pensare che ciascuno di noi possa dare una riposta in quel brevissimo spazio che intercorre dall’impulso. È altrettanto fondamentale pensare che si possa scegliere. Così si delinea la sensibilità di Marzia e in quel suo “rifiuto” di vedere si rinviene un po’ della fragilità di ognuno di noi ad affrontare la vita. L’importante è capire quale possa essere la risposta, chissà che Marzia in fondo non ci sia riuscita.

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Loredana Duca

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