Saman e le altre

Occorre che noi cittadini assumiamo nei confronti dei nostri immigrati un atteggiamento più inclusivo

Lasciamo stare l’antichità e veniamo a tempi a noi più vicini. Il matrimonio combinato o forzato è stata una pratica molto diffusa fra le famiglie nobili, re e regine, soprattutto per finalità politiche. Dinastie che si univano per contrastare altre dinastie con finalità di accrescere la posizione socio-economica e politica delle famiglie.

Il più celebrato, anche nei film, fu quello della principessa Sissi. Francesco Giuseppe era destinato, o meglio le famiglie avevano destinato, alla sorella di Sissi, Elena, ma siccome alle ragioni del cuore non si comanda il giovane Francesco si innamorò di Sissi. Anche quello fu un matrimonio combinato, visto che tutto accadde per volontà materna. Ma si sa come va nel mondo dei ricchi…Nel mondo dei poveri invece c’era il matrimonio per procura e non certo nel medioevo, ma negli anni 50/60 in Italia. Erano “le navi delle spose” che portavano le neospose in Australia a conoscere il marito, che spesso avevano visto solo per foto. Chi non ricorda il film “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” una commedia del 1971, diretta da Luigi Zampa, con Alberto Sordi e Claudia Cardinale.

Perché ricordare queste storie di un nostro lontano passato? Perché con la recente immigrazione, il nostro paese sta conoscendo i tanti problemi culturali e religiosi che l’immigrazione si porta dietro. Uno particolarmente odioso, per le donne che lo subiscono, è quello dei matrimoni combinati e ancor peggio quello dei matrimoni forzati. Un tempo le figlie femmine si mandavano in convento, quando non si uccidevano perché inutili e un peso per la famiglia. Qui siamo al contratto di convenienza per “sistemare” le figlie.         

L’attenzione si è accentrata sulla cultura pakistana a causa del caso di Saman Abbas, ma il Pakistan non è il solo paese ad avere una tale pratica. Che se rispecchia una cultura e tradizioni antiche di quei paesi, certo nel momento in cui affermiamo la libertà delle donne a decidere della loro vita diventa per noi inaccettabile se viene praticata nel nostro paese. La libertà delle donne e non solo di loro, ma anche di tutte le espressioni di diversità sessuale, penso alle discriminazioni verso gli omosessuali, transessuali, o semplicemente a tutte quelle persone “in transizione” come la storia di Ludovica, nata in un corpo maschile, ma che rifiutava, fino alla transizione ad un corpo femminile, grazie al sostegno intelligente della sua famiglia, passa attraverso una presa di coscienza della società, e in prima battuta della famiglia, basata sull’educazione che fin da piccoli bisogna praticare per quanto riguarda non solo la diversità di genere ma soprattutto i rapporti tra i sessi.

La storia di Saman Abbas non è né la prima né purtroppo sarà l’ultima. Spetta alla politica, alla scuola, alla cultura, ma soprattutto alla famiglia, se è vero che la maggior parte dei femminicidi avvengono in ambito familiare, come i matrimoni forzati o combinati sono il frutto di usanze famigliari, creare le basi perché uomini e donne si rispettino, a prescindere da differenze culturali, religiose ed etniche.

Saman Abbas immagine da web

Sulla base degli artt. 32 e 37 della Convenzione di Istanbul l’Italia ha normato con la legge n. 69 del 2019 (cd. Codice Rosso) “l’atto di costringere un adulto o un bambino con la forza a contrarre matrimonio”, introducendo il reato di costrizione o induzione al matrimonio e ciò proprio al fine di contrastare il fenomeno delle spose bambine e di tutelare i soggetti vulnerabili. Tale legge punisce chi costringe una persona, sia che avvenga in Italia sia all’estero, a sposarsi con violenza e minaccia, con una pena fino a sette anni di reclusione. La norma si applica sia se il reato sia commesso in Italia o all’estero o ai danni di cittadini italiani o stranieri residenti in Italia. E’ una norma di indubbia civiltà giuridica democratica. Ma come tutte le norme “penali”, si ottengono risultati se si rimuovono le cause che portano al reato. E quello dei matrimoni combinati o forzati è un reato che nasce all’interno di una cultura etnica, di clan, di una concezione di inferiorità della donna da parte di una società misogina e integralista. Troppo presto ci siamo dimenticati che in Italia fino al 1981 vigeva ancora il “matrimonio riparatore” che di fatto estingueva “lo stupro” e  il “delitto d’onore”, che  giustificava la morte di una donna (moglie o sorella) se era stato leso l’onore dell’uomo. Ma dovremo aspettare fino al 1996 perché la violenza sessuale non venisse più considerato un reato contro la morale ma contro la persona.  E allora “matrimoni combinati e forzati” o “violenze sulle donne in nome della tradizioni locali di origine” saranno fenomeni  che tenderanno a crescere con il crescere dell’immigrazione nel nostro paese e che riguardano soprattutto la prima generazione di immigrati. E’ compito allora delle istituzioni attraverso un processo culturale, certamente non facile, educare queste famiglie, la base su cui i figli e le figlie cresceranno, a comprendere i valori della nostra cultura in cui uomini e donne sono persone di pari dignità e valore, alla base dei quali vige il principio di autodeterminazione. Come spesso accade quando un reato riguarda uno o una persona straniera si tende a mettere in evidenza il reato (lo stupro, il matrimonio forzato, la violenza) ma poco o nulla si racconta di quella famiglia, la loro storia, la difficoltà di inserimento nel nostro mondo. Per molte comunità straniere “la famiglia” è una struttura fondamentale e per i giovani e le giovani, sebbene vivano e studino nel nostro paese allontanarsene è vissuto come un tradimento che spesso le relega ad una solitudine ed allontanamento della comunità nel nostro paese.

Senza andare molto lontano pensiamo alla comunità dei testimoni di Geova. C’è un bel film ,”La ragazza del mondo” del 2016 di Marco Danieli, con Sara Serraiocco e Miche Riondino che racconta la storia d’amore tra Giulia, testimone di Geova, e un “ragazzo del mondo”, Libero, e l’atteggiamento della famiglia e della comunità, dove Pippo Del Bono, interpreta il capo della comunità rendendo splendidamente nella voce e nell’espressione tutta la “forza” e la “cupezza” della vita comunitaria, che è poi il mondo che rappresenta le radici e allontanarsene è vissuto appunto come un tradimento.

HINA immagine da web

E’ quello che è successo alle tante giovani donne uccise come:

Farah, incinta di un suo connazionale conosciuto in Italia, portata con l’inganno nel suo Paese d’origine per abortire.

Sana Cheema, giovane italo-pakistana uccisa dal padre e dai fratelli. Strangolata nella sua casa di Mangowal nel distretto di Gujrat, dove l’avevano trasportata a forza da Brescia. Qui viveva, lavorava e progettava il suo futuro con un ragazzo italiano di cui era innamorata.

Hina Saleem, uccisa brutalmente a soli vent’anni per i suoi comportamenti giudicati troppo simili a quelle delle ragazze occidentali.

Sana Dafani, giovane marocchina uccisa dal padre, sempre per motivi religiosi, mentre era in compagnia del fidanzato italiano.

Kaur Balwinde, una donna indiana di 27 anni. Era incinta di tre mesi quando è stata strangolata dal marito e il corpo gettato nel Po. Tutto perché la donna parlava perfettamente italiano e si comportava da occidentale.

Jamila, uccisa per aver denunciato i maltrattamenti subiti dalla sua famiglia dopo essersi opposta al matrimonio combinato dai suoi familiari con un cugino in Pakistan.

SANA DAFANI immagine da web

Sono nomi di donne diventati purtroppo casi giudiziari o buoni per trasmissioni “del pianto” di cui il giorno dopo non si ricordava più nessuno.

Troppo spesso abbiamo sentito pronunciare la parola “integrazione”. Ma per queste famiglie l’integrazione in un contesto italiano con i suoi valori di libertà, di diritti e di autodeterminazione troppo spesso significano tradimento della propria cultura e fede religiosa. E allora in una società come quella italiana dove i flussi migratori da emergenza dovranno diventare normalità, l’integrazione deve essere la scommessa su cui costruire il nostro futuro.

E questa scommessa la dobbiamo vincere! Un passo per vincerla è riconoscere al più presto il diritto allo Ius soli e cultura e per tutti quei ragazzi e ragazze, circa un milione, che sebbene “stranieri” sono ormai cittadini italiani portatori di diritti e doveri come il loro coetanei.  Ma non basta. Occorre che noi cittadini assumiamo nei confronti dei nostri immigrati, che sono a loro volta padri e madri, un atteggiamento più inclusivo, facendoli sentire parte del nostro paese, un paese che fonda le proprie basi su una Costituzione “di tutti” e nel rispetto di “tutti” e a cui tutti possono e devono richiamarsi. Un passo importante in tal senso lo ha compiuto l’UCOII, l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia che “emetterà – in concerto con l’Associazione Islamica degli Imam e delle Guide Religiose – una fatwa contro i matrimoni combinati forzati e l’altrettanto tribale usanza dell’infibulazione femminile”. Un passo che speriamo eviti speculazioni contro l’intera comunità islamica italiana.

Spetta a noi cittadini e alla politica che è la nostra espressione istituzionale creare le condizioni perché l’integrazione da slogan, buono per raccattare qualche voto, diventi una pratica reale non di assimilazione e incorporazione, proprie di un retaggio colonialista, ma inteso come un processo attivo, dove le due comunità quella italiana e quella stranierà siano coinvolte, appunto attivamente, in un processo che tende ad annullare le discriminazioni (da ambo le parti) e  sia un percorso di rispetto della diversità culturale della persona migrante, che non deve essere vista come persona subalterna a cui concedere dei diritti e pretendere dei doveri, ma come un cittadino e una cittadina con piena capacità di esercitare diritti e doveri. Ed ecco che allora la parola “integrazione”, se usata nel suo senso originale latino “rendere integro” ossia aggiungere qualcosa in modo da renderlo completo, e non vederla come una forma di annullamento dell’altro, la persona da integrare, può rappresentare quel di più per costruire una società più inclusiva o semplicemente più giusta.

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Roberto Papa

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. (Bertold Brecht)

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