Six Angry Women, le donne e il femminismo

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Essere femministe non significa essere lesbiche, il femminismo va oltre lo stereotipo maschile che resta il vero nemico da abbattere

Il Festival Cinema d’Idea – International Women’s Film Festival ha esordito a Roma solo per pochi giorni, con tre giornate dedicate agli eventi speciali. Eventi particolari che hanno visto nelle giornate film, documentari, teatro e incontri con le donne e le loro opere. Ideato dall’associazione culturale La Tribù dell’Arte, diretto dalla regista e sceneggiatrice Patrizia Fregonese de Filippo, e alla presenza della presidente di giuria Rosa Pianeta.

In una delle serate è stato proiettato il documentario della regista Megan Jones che con il suo Six Angry Women ha svelato un mistero che durava da circa trent’anni. In Nuova Zelanda, infatti, nel 1984, un uomo, insegnante di teatro dell’Università di Auckland, Mervyn Thompson, venne rapito, picchiato e incatenato ad un albero. Il mistero di questo fatto, lasciò a lungo, la popolazione senza fiato. In quegli anni ottanta, sempre in Nuova Zelanda, ma anche in altre parti del mondo, le donne non avevano tutte quelle sicurezza in materia legislativa e sociale, che hanno conquistato, o meglio, che stanno conquistando con il tempo. Il documentario, infatti, anche se racconta dell’evento, approfitta dello stesso per far conoscere la storia delle femministe degli anni ottanta, di quelle ragazze, tante, che hanno cercato con la loro vita e il loro impegno, l’emancipazione per sé stesse e per le altre donne.

Il documentario utilizza e racconta anche attraverso filmati dell’epoca: manifestazioni, incontri, dibattiti che le donne organizzavano e tenevano in quegli anni, nelle università, nei centri dove cercavano di far prendere coscienza di sé stesse alle donne, nonostante le tante difficoltà che incontravano. Appare, infatti, evidente come le violenze sessuali sulle donne fossero frequenti in quella zona, dove risiedeva l’università e quindi frequentata da studentesse. Queste però, erano rivolta anche contro molte donne che risiedevano lì in zona. Senza aiuti legislativi e di sicurezza, la polizia consigliava loro di restare in casa la sera, senza preoccuparsi troppo di trovare reali soluzioni. Eppure la Nuova Zelanda è stato il primo stato a concedere il diritto di voto nazionale alle donne, mentre qui in Italia ciò avvenne solo nel 1946. Un divario che vedeva l’Italia dare il diritto di voto solo nel 1946, ma fare un reale passo avanti per la parità solo il 5 settembre del 1981, quando venne abolita la norma del delitto d’onore e quindi del matrimonio riparatore.

La Nuova Zelanda, con le sue emancipazioni, appariva come una nazione precorritrice per i diritti delle donne e per la lotta alla disparità. Six Angry Women, invece, mostra una realtà ben più lontana dalle rosee mete che le donne dell’epoca e quelle che avevano lottato anni prima, avevano immaginato per le loro figlie e nipoti.

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In quegli anni le donne avevano di fronte alla legge e agli uomini, pochi diritti, poche occasioni per chiedere giustizia, visto che i reati contro di loro, non erano davvero inseriti nei vari codici civili o, se lo erano, apparivano poco incisivi, tanto da non costituire un reale reato e dando libertà di azione a uomini che se ne approfittavano in ogni modo.

Un fatto del genere, come quello che accadde quell’anno, cioè il sequestro di un insegnate, per di più legato al mondo del teatro e quindi dell’arte, fu un fatto strano. L’uomo venne aiutato per caso e quando dovette parlare con la polizia, per cercare di capire chi poteva essere stato, non fu mai davvero certo di chi accusare. Era certo che fossero sei donne, ma tra lui e la polizia che indagò, non si riuscì mai a capire chi fossero, mentre si sospettò subito il motivo, perché sull’auto dell’uomo fu ritrovata la scritta stupratore. Eppure a suo carico non c’erano denunce o, quelle che erano state presentate, erano state ritirate. Insomma, un mistero che ha accompagnato questa storia per anni.

La stessa regista è figlia di una delle attiviste che in quegli anni vennero fermate dalla polizia perché facente parte del gruppo di donne, per la maggior parte lesbiche, che condividevano gli stessi ideali e si riunivano per protestare. Jones ha intervistato, a distanza di anni, le donne che a loro volta furono interrogate dalle forze dell’ordine, per le quali potevano essere implicate nella spedizione punitiva nei confronti dell’uomo che in questo caso, era sospettato di violenza. Una storia che ha dell’incredibile, ma che mostra in modo diretto, la lunga lotta per l’emancipazione all’interno della società. L’impegno sociale e personale delle donne che partecipavano alle varie attività di protesta e di ricerca di consapevolezza della donna lontane dallo stereotipo di oggetti dei propri mariti o degli uomini. Un impegno che, ancora oggi, a distanza di quarant’anni, si riscopre intenso e decisivo per la crescita di una concezione ugualitaria, ben lungi dall’essere raggiunta, ma perseguita con impegno da chi, memore del passato e della vita che ha vissuto, ne porta avanti la lotta, insegnando ai più giovani, valori di civiltà non ancora raggiunti.

Personalmente non conoscevo l’esistenza di questo fatto, o se ne avevo sentito parlare, questo è andato a rifugiarsi nel dimenticatoio. Per di più provando a ricercare notizie, è possibile trovarne in lingua inglese e molte sono legate proprio all’uscita del documentario. Devo anche ammettere che un evento del genere mi ha permesso di riflettere, ancora una volta, sulla storia stessa e sulla figura femminile, da sempre messa in secondo piano, ma pur sempre primaria per ciò che concerne le conseguenze di una violenza. Ci si domanda spesso e non a torto, cosa debba provare una donna che subisce violenza. In primis la si “vuol vedere afflitta”, “abbandonata nel dolore” di ciò che ha subito, altrimenti quello che l’è stato fatto, non potrebbe apparire come qualcosa di violento. Sottomessa e relegata al silenzio della propria stanza, mentre cerca di rielaborare ciò che le è accaduto. Pensate alle donne che, dopo aver subito un atto così brutale, come la violazione della propria intimità, del proprio essere, sono costrette a ripetere parola per parola, momento per momento alle forze dell’ordine e non una volta sola, ma più e più volte. Poi attendere mesi, a volte anni, per dover entrare in un’aula di tribunale per ripetere le stesse cose. Intanto subire l’additamento delle persone, le “dicerie”, le mille voci che le vogliono “facili” per un vestito, per un atteggiamento, per la sola voglia di vivere. Spesso condannate da quelle stesse donne che dovrebbero comprenderle e difenderle, da quelle donne che sono madri, sorelle, fidanzate, da quelle donne che nascondono un atto simile invece che denunciare, come confermano le tante statistiche e cronache giornaliere.

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Sì, perché per evitare fatti del genere le donne si nascondono nel loro silenzio, cercando di superare un dolore che le viene negato perché non realmente difeso o compreso. Fatti del genere accadevano prima del 1984, accadevano in quegli anni e accadono ancora oggi, con la stessa modalità e accusa. Una donna violentata spesso “se l’è cercata”, “non doveva andare con quegli amici”, “non doveva bere”, “non doveva fumare con loro o drogarsi”, “non doveva frequentare quel giro”, “non doveva andare in vacanza da sola”, “non doveva uscire la sera”, “non doveva andare a ballare o divertirsi”, “non doveva prendere quella scorciatoia”, “non doveva andare a fare jogging da sola” e potremmo continuare all’infino con quei “non” che l’accompagneranno per sempre. Nessun non, però, sarà rivolto all’uomo che si è approfittato di lei. Nessuno dirà che:non doveva costringerla”, “non doveva minacciarla”, “non doveva seguirla”, “non doveva guardarla più del dovuto”, “non doveva non ascoltarla”, “non doveva bere”, “non doveva fumare”, “non doveva andare a cercare divertimento nei luoghi di ritrovo”, “non doveva cacciare una donna”, “non doveva obbligarla ad essere quello che lei non voleva”, “non doveva cercare di cambiare il suo essere”, “non doveva erigersi a dominatore”. No, nessuno si porrà queste obiezioni, nessuno, nemmeno sua madre, che, da donna, cercherà di coprire e difendere il proprio figlio, perché “istigato” dalla donna di turno a diventare ciò che non è. Perché, se è vero che a Napoli si dice che “ogni scarrafone è bel a mamma soja”, è pur vero che le mamme son sempre mamme e non la pensano così solo a Napoli. E qui si aprirebbe un altro lungo capitolo sull’importanza della cultura e del sociale per contrastare atteggiamenti del genere, che dovrebbe partire dalle donne, dalle madri, che educano i propri figli.

Ed è allora che forse è giusto ascoltare anche il sentimento di rabbia delle giovani che non possono difendersi, che la legge, fatta in maggioranza da uomini, anche se numericamente minori come abitanti del pianeta, sia giusta ed egualitaria in un mondo che non riesce ad essere onesto con sé stesso. Le donne si arrabbiano, possono piangere, ma provare anche sentimenti di vendetta e provare a farlo attraverso gesti che tendono a punire chi dalla legge viene “difeso”. La rabbia e la vendetta sono sentimenti che appartengono anche alle donne che subiscono violenza. Poco, infatti, si parla della rabbia, del senso di impotenza che le donne provano nei confronti di chi usa violenza nei loro confronti. Difficile riprendersi e andare avanti quando senti che non c’è un posto che ti dia sicurezza, che ti permetta di vivere.

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Per questo Six Angry Women non rappresenta solo la vendetta di sei donne contro un uomo che approfitta della sua posizione, del suo potere, del mondo in cui vive per soddisfare le sue “esigenze”, ma rappresenta la rabbia che scaturisce dalla sofferenza, dal dolore che si prova. Rappresenta l’unione delle donne che si aiutano e collaborano per trovare insieme giustizia e rispetto. Non solo, racconta anche della crescita di un movimento, quello femminile, che con caparbietà, sta cercando, ormai da anni, un posto nel mondo, garantendo non la superiorità tra sessi, ma il semplice diritto di parità, di libertà, di vita. Racconta e apre la mente, ci immerge nel mondo della protesta, in quello della condivisione, nel saper cercare e ottenere risultati con un impegno sociale che va al di là delle semplici parole. Narra la storia di un gruppo di attiviste che potrebbe vivere in Nuova Zelanda come negli Stati Uniti, in Italia come in Russia, in Francia come in Cina, in ogni parte del mondo dove le donne continuano ad essere in lotta contro il maschilismo e spesso contro loro stesse.

Il racconto di Six Angry Women è anche la dimostrazione della forza che unisce le donne, della solidarietà capace di resistere al tempo, alle vicende giudiziarie, alle indagini, come quelle che non sono riuscite a individuare le artefici del “misfatto”. La chiamano “sorellanza” che spesso unisce donne che non hanno legami di sangue.

Un ringraziamento va fatto alla presidente di giuria Rosa Pianeta, che con la sua sensibilità, ma anche conoscenza del mezzo comunicativo, ha insistito per far vedere il documentario prima della proiezione del film in programma per la serata. Six Angry Women è un documentario che merita la conoscenza e l’attenzione non solo del mondo femminile, ma della comunità intera, in particolare della platea dei giovani.

 

Titolo: Six Angry Women

Paese: Nuova Zelanda

Anno: 2020

Genere: Documentario/Drammatico

Regista: Megan Jones

Attori: Mark Huston, Sophie Lindsay, Oribe Maipi-Tuakere, Tineke Ann Robson, Brooke Petersen, Gabe Wright, Freya Finch, Courtney Bassett

Sceneggiatura: Megan Jones

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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