Vita da cani in Io non posso entrare

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Io non posso entrare

I dialoghi sono fluidi e ricchi di battute

In scena al Teatro Tirso de Molina, “Io non posso entrare”, spettacolo scritto da Manuela D’Angelo con le musiche di Andrea Perrozzi, che è anche uno dei tre attori sul palco, insieme ad Alessandro Salvatori e Andrea Pirolli, con la regia di Paola Tiziana Cruciani.

Lo spettacolo si apre con una proiezione di filmati di cani in situazioni esilaranti; come mancare clamorosamente la presa di un bastone, inciampare e rotolare sulla sabbia, fare cose strane in generale! All’apertura del sipario, un tavolo con vari giochini, ossa, pupazzetti, ramoscelli, sonagli. Una vecchia poltrona e un paio di pneumatici, tutto intorno una rete a cui è appeso un fiocco bianco, che si scoprirà poi, essere molto importante, coperte sparse. All’apertura c’è un attore, Alessandro Salvatori,che guarda con tristezza dietro le sbarre, sistema le sue cose, guarda ancora oltre la porta. All’improvviso viene “buttato dentro” il secondo attore, Andrea Perrozzi. Corre come un pazzo per tutto l’ambiente, annusa. Scopre un altro essere.

Parte da qui uno spettacolo di contenuti tutt’altro che banali, come si potrebbe pensare visto che si parla di cani, anzi, ci sono incredibili spunti di riflessione, su vari aspetti della vita. I due attori/cani si studiano, si minacciano, si conoscono. E cominciano a raccontarsi: Randagio, cane senza padrone, sempre vissuto in libertà, che non conosce e non vede di buon occhio l’avere una famiglia. Difende il fatto di essere libero, di poter decidere quando mangiare o fare i bisogni. Di contro, Artù, un bovaro del bernese, che, pur essendo stato abbandonato, gli racconta di come sia bello essere fedeli, ricevere coccole, essere amati, anche se bisogna rinunciare a qualche libertà. All’improvviso, ecco che arriva un terzo attore- cane, Andrea Pirolli, Lollo. Con mascara e rossetto! E si, perché proviene da un laboratorio, ha subito maltrattamenti e sevizie, in nome della sicurezza per i prodotti umani. Ma anche lui, nonostante gli esperimenti gli abbiano lasciato qualche rotella fuori posto, è ancora speranzoso di poter avere un vita libera, di provare quei sentimenti che gli sono stati vietati.

Partono allora riflessioni sulla vita da cani e non solo. Analogie, ironie, ilarità e meschinità che a volte accomunano gli uomini e gli animali, ma più spesso, soprattutto le meschinità, sono appannaggio esclusivo degli umani. Tesi di libertà, agognata, sognata, ma che può essere mortale. Riflessioni sulla fedeltà, sulla lealtà, sull’amicizia, sulla giustizia e sulle sue interpretazioni. E così via per tutto lo spettacolo.

I dialoghi sono fluidi e ricchi di battute “… Dio, si, ne parlano molto gli umani, soprattutto sul raccordo …” ma allo stesso tempo, un testo serio, ponderato, importante.

Infine, un riconoscimento va ai costumi, abiti da uomo che con semplici accorgimenti danno veramente l’idea delle caratteristiche dei cani. E, a fine spettacolo, la possibilità di aiutare il canile Code felici, con una piccola donazione.

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