“Vivere la notte” e la generazione nichilista

I giovani e la notte, analisi delle abitudini ricercate da chi vive la notte

Vivere la notte è una frase che ricorre spesso quando si parla di giovani. Viene assunta come paradigma di vita delle giovani generazioni, in realtà riguarda una minoranza, ma siccome fa “rumore” ecco che assurge a rappresentanza di tutti i giovani. Ma è proprio così?

Goethe a proposito della notte diceva “Nella notte passiamo la metà della vita, ed è la metà migliore” certo non riferendosi allo sballo fatto di alcol e di droghe.

Per molti la notte rappresenta, venendo meno i “rumori” del giorno, il momento di una maggiore connessione con il proprio mondo interiore.

Ma certo non è questo che intendono i sostenitori del “vivere la notte”. Per chi vive la notte tra uno shortino e un vagabondare sul corso, la notte è un modo per fuggire dalla vita reale. La notte diventa per loro una bolla dentro cui ci si sente protetti da quello che la vita reale ti chiede o che tu chiedi e a cui non riesci a trovare risposta. Tra le tante definizioni che diamo dei giovani, i millennials ad esempio, quella che più si addice al popolo della notte è quella di essere una “generazione nichilista”. Una generazione che è priva di progetto, in cui tutti i valori si sono svalutati e nel vuoto di valori, non riescono a sostituirne altri. Una generazione che non colloca la sua vita nel futuro. E si chiede sempre più spesso “perché studiare”, “perché lavorare”, “perché metter su famiglia”? La risposta che si danno è che lo studio non serve, perché al di là della fatica che richiede, non da sbocchi. Il lavoro poi! Un lavoro di tre mesi, quando va bene, è più una minaccia che un valore positivo. Si sentono presi in giro ogni volta che gli ricordiamo che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro.  La famiglia, nemmeno a parlarne: tra mancanza di servizi rivolti ai giovani e un edonismo sempre più spinto, la scelta di rimanere singles tocca un terzo della popolazione italiana.  E allora ecco che la loro vita si svolge di notte, perché se di giorno la nostra società è organizzata ignorandoli, loro si sentono “inutili”, considerati solo come consumatori di merci, dal vestito all’ultima moda al consumo di alcol quando non di droghe. Ecco che allora si rifugiano nella notte perché abitare il giorno è per loro provare sulla loro pelle la loro marginalità sociale.

Noi adulti, e le istituzioni che a loro dovrebbero rivolgersi, non offriamo nulla per la loro costruzione del sé e allora ci rimane più facile offrirgli distrazioni (panem et circenses), che oggi significano discoteche e bar che si vivono la notte. Per certe amministrazioni basta poco per ottenere il consenso giovanile e quello dei gestori dei locali. E a fare da sfondo a questi luoghi la musica alta o quel continuo rumore di fondo che ti impedisce di parlare, perché la parola è pericolosa, potrebbe indurti a pensare e quindi a ribellarti, mentre l’alcol scorre tra uno shortino e una birretta, senza considerare che, fra le droghe, l’alcol è la “droga” meno osservata. Mentre le droghe, comunemente intese, sono oggetto di repressione (su 53.364 detenuti, il 35%, 18.800, sono in carcere per reati legati alla droga), il consumo di alcol è totalmente libero. Secondo il Ministero della salute (dati 2019 ante covid) la fascia a rischio 16-17 anni conta 750.000 minorenni (M=42,2% e F=39,2%).

A preoccupare in particolar modo è l’aumento registrato nel 2020 delle giovani consumatrici a rischio, le 14-17enni, che superano per numerosità, per la prima volta, i loro coetanei consumatori a rischio (F=30, 5%; M=28,4%).

A questo, che è già un indice di rischio, si associa il fenomeno tipico della movida del bere, con i suoi tour alcolici, per ubriacarsi, il binge drinking, ovvero l’abbuffata alcolica di 6 o più bicchieri in un’unica occasione, e che coinvolge oltre 3,8 milioni di consumatori (2,8 milioni maschi; 1 milione femmine) di cui 830.000 11-25enni (21,8 % del totale dei binge drinkers in Italia) che giungono all’intossicazione, rappresentando un grave problema sia di ordine pubblico, che di salute e di enorme pressione sul sistema di pronto intervento per le procedure di disintossicazione e di ricovero.

È il caso dei coma etilici, quello stato di profonda incoscienza derivante dalla presenza di quantità elevate di alcol nel sangue, che ha visto vittime anche alcuni giovani delle notti prenestine.

Ci può essere una spiegazione? Il fatto che siano venuti meno tutti i luoghi di socializzazione dall’oratorio, alle sezioni di partito, ma anche dal fatto che molte amministrazioni comunali siano poco attente ai bisogni dei giovani (mancanza di luoghi pubblici dove fare sport, mancanza di cinema, teatri, librerie), ovvero di politiche sociali rivolte ai giovani,  apre un’autostrada a quel facile divertimento della notte che si può trovare nei bar, pub, bistrot dove i controlli sono rari o nulli e dove molti gestori, non tutti per fortuna, facilitano l’uso dell’alcol, non esercitando quel controllo che sarebbe dovuto. Dicevamo di politiche giovanili, che per qualcuno sono solo parole, mentre il “Programme on Youth” del 2007 elaborato dalla Nazioni Unite definisce i giovani come “la categoria di persone tra i 15 ed i 24 anni di età, i quali hanno desideri ed aspirazioni a partecipare pienamente alla vita delle società a cui appartengono in tutto il mondo. Sono i principali agenti di sviluppo economico, di cambiamento sociale e di innovazione tecnologica. Va assicurato loro il vivere in condizioni ed ambienti che favoriscano gli ideali, la loro creatività, la passione, sviluppando una tensione al miglioramento della loro società. Si trovano di fronte ad un paradosso: prendere parte ed integrarsi nelle attuali società, ma contemporaneamente esserne una forza di trasformazione”.

Come si vede l’esatto contrario di politiche basate sulla filosofia del “vivere la notte”: i giovani attraverso la fuga nella notte vivono un “continuo presente”, avendo paura di guardare avanti, perché guardare avanti li spaventa in quanto vedono un futuro che non riescono a decifrare.

E qui torna il ruolo della famiglia e della scuola. Altri due agenti di formazione che fanno fatica a stare al passo con i tempi. La famiglia ha voce in capitolo, così ci dicono gli psicologi, fino all’età della pubertà. L’irrompere della scoperta della propria sessualità li spinge a socializzare fuori dalla famiglia (il “gruppo di amici” quando non la “gang criminale”, e la morte di Willy Duarte Monteiro a Colleferro lo scorso anno, il 6 settembre, dovrebbe farci riflettere). La famiglia da elemento di socializzazione primaria deve trasformarsi in testimone, in un esempio di vita. Ma anche la famiglia è in crisi e alle domande dei figli risponde spesso con una fuga dalla responsabilità genitoriale e scarica sulla scuola. Ma anche la scuola naviga in mare aperto, oscillando tra la sua funzione di istruzione (che svolge in modo più o meno soddisfacente) a quella di educazione: educazione, che non sono le nozioni che si imparano sui libri o nella richiesta di “educazione civica” un alibi per dire il nulla. Educazione dovrebbe essere quella di formare ai sentimenti, che non sono qualità “pronte all’uso”, ma qualità che si imparano. Fare l’amore è un impulso naturale, amare è un processo che si impara attraverso la letteratura, che ti offre la mappa dei sentimenti: che cosa è il dolore, l’amore, l’odio, l’indifferenza. Fa più la lettura di Dostoesvkij per comprendere il male dentro di noi, che decine di lezioni libresche, anche quelle di educazione civica, pur sempre delegata alla scuola, come un bypass  per la “buona educazione”. Il male, come la “cattiva educazione” non è una forza maligna, esterna all’uomo, che si impossessa dell’uomo e lo porta alla tentazione. Ivan Karamazov dice: “Io credo che se il diavolo non esiste, e quindi è stato creato dall’uomo, questi lo ha creato a sua immagine e somiglianza”. Per Dostoesvkij l’uomo è il diavolo e il diavolo è l’uomo, è presente in ciascuno di noi e, se solo gli sarà permesso, è pronto a scatenarsi e a trasformare l’uomo in un mostro.

E allora questa mappa ti permette di riconoscere il sentimento che ti attraversa e ti permette di passare dall’impulso del gesto, alle emozioni delle parole. Perché gli atti di bullismo sono in aumento? Perché lo sviluppo dell’adolescente si è fermato al gesto e non ha acquisito la parola. È dominato dall’impulso, non è risuscito ad elaborare le emozioni. Ecco che allora per calmare l’ansia da prestazione si ricorre alle droghe che usiamo o come anestetico, la fuga da una società a cui io non interesso come persona ma solo come consumatore o merce-lavoro, o come supporto all’efficienza e alla produttività per essere all’altezza delle richieste che mi vengono rivolte.

Insomma chi dà valore al “vivere la notte” si rende complice di un sistema che ha svalutato i valori, soprattutto quello del conflitto, rendendo una parte della gioventù “innocua” alla dialettica conflittuale lavoratore-padrone. Oggi spesso sentiamo dire che lavoratore e padrone sono sulla stessa barca. Entrambi hanno un unico “avversario”: il Mercato. Cioè un “signor nessuno” con cui lavoratore e padrone devono confrontarsi. Ecco che allora, nella svalutazione dei valori (i valori di sinistra contrapposti a quelli di destra) ai giovani, non tutti per fortuna, abbiamo tolto anche il sogno della rivoluzione. È come se avessimo creato una gioventù anestetizzata al proprio e all’altrui dolore, con alcuni momenti di lucidità (su temi come l’ambiente ad es.) ma che presto rientra nella normalità … una gioventù che finisce per chiedersi “perché fare la rivoluzione” ma anche semplicemente “ribellarsi”?

La risposta dovrebbe venire dalla Politica. Questa dovrebbe essere costruzione di senso, di un’idea, di un progetto di società. A livello individuale dovremmo svuotarci del nostro “IO” per costruire il “NOI”. La Politica dovrebbe prevedere la partecipazione dei cittadini, soprattutto delle giovani generazioni, perché l’orientamento degli elettori scaturisce solo da un vero confronto, con una selezione del personale politico che poi andrà a rappresentare sulla base delle esperienze maturate sul territorio. È sul territorio, che può essere la scuola, la fabbrica, il quartiere, l’associazione, il sindacato, che si costruisce la capacità di rappresentanza. La democrazia fondata solo sul voto a scadenza non è una vera democrazia. È una farsa.

Il sonno della ragione genera mostri” (Renato Guttuso, Bologna 2 agosto 1980)

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Roberto Papa

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. (Bertold Brecht)

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