Philadelphia è il primo film che parlava apertamente di AIDS

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Quando il cinema diventa fonte di riflessione

L’A.I.D.S. è stata definita la peste del XX secolo. In occidente esplose nel 1981 negli Stati Uniti dove alcuni medici si accorsero della morte sospetta di alcuni pazienti immunodepressi che furono colpiti da rare forme di polmonite e cancro, spesso, troppo spesso, con esiti fatali. Giornali, media, si occuparono con molto interesse di questa strana malattia altamente mortale. Si ricercarono gli autori e soprattutto il colpevole, individuato nel paziente zero, alla fine degli anni ottanta, uno steward canadese Dugas, morto nel 1984. L’uomo fu demonizzato anche se già morto, mentre avversione e senso di colpevolezza ricaddero anche sulla sua famiglia. Ma l’AIDS girava già da anni in America e in Africa. Questo per comprendere come questa malattia venne strumentalizzata, tanto da diventare, per un lungo periodo, occasione per ghettizzare una parte della popolazione, in questo caso, i gay.

Per anni l’omosessualità era stata considerata una malattia dalla quale bisognava guarire. A loro venne data la colpa della trasmissione della malattia, che colpiva la maggior parte degli omosessuali, come a confermare che era una punizione divina a causa del loro modo di vivere. Ghettizzati anche da informazioni fasulle che si facevano girare sulla sua trasmissione; si poteva essere infettati in mille modi e questi vennero estremizzati: un bacio, una stretta di mano, una semplice chiacchierata.

Questo era il clima che vigeva negli anni Ottanta, dal quale, dopo tante battaglie, venne proposto uno dei film più attenti alla vicenda, non solo per la malattia, quanto per la percezione della stessa e della figura dell’omosessualità. Philadelphia, un film del 1993, fu girato negli anni in cui la malattia raggiunse il culmine della drammaticità. Diretto da Jonathan Demme, fu una delle prime grandi produzioni cinematografiche che volle trattare in modo esplicito il tema dell’AIDS.

Ad interpretare il protagonista, il giovane Andrew Beckett avvocato di un prestigioso studio legale, fu Tom Hanks. L’uomo è gay e convive da anni con il compagno Miguel, un giovane Antonio Banderas.

La storia racconta di Andy e della sua malattia che lo porta ad essere oggetto di discriminazione. Accade, infatti, che il giovane avvocato si ammala e che la sua malattia viene riconosciuta da uno dei soci, così si procede ad un licenziamento per giusta causa. L’uomo viene accusato di negligenza. Da quello che era un rapporto lavorativo idilliaco, Andy è un ottimo avvocato ed è ben voluto da tutti, ne esce fuori un pregiudizio contro il diverso che sfocia nel licenziamento. Solo che la giusta causa non c’è. Il vero problema è rappresentato dai soci dello studio che non vogliono lavorare con un omosessuale che peraltro, è colpito da una malattia mortale.

Per chi veniva colpito dall’AIDS all’epoca non c’era scampo. Andy, circondato dalla famiglia e da alcuni amici, decide di intentare causa al suo vecchio studio, per avere giustizia e ingaggia Joseph “Joe” Miller, un avvocato afroamericano, interpretato da Denzel Washington. I due si conoscono solo di fama, hanno sempre dibattuto in campi diversi, Andy dalla parte dei forti e ricchi, Joe da quelli più deboli, da chi cercava di ottenere risarcimenti. Nonostante un primo turbamento, Joe accetta la causa e comincia a lottare per Andy, mentre l’uomo continua a lottare non solo per la sua dignità, ma anche per la sua vita. Mentre avanza la malattia, cresce il rispetto e l’amicizia fra i due avvocati.

Quella che viene raccontata all’interno del film, è una dura lotta che vede contrapporsi pregiudizi che appaiono insormontabili da una parte dei personaggi, quanto assurdi dall’altra. Viene messa in mostra la società nella sua durezza, nella sua ipocrisia e nel suo volersi legare a quelle che oggi chiameremmo “fake news”, false notizie che circolavano sulla malattia, sugli omosessuali, sulle convinzioni delle persone.

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Il film emotivamente coinvolgente, lascia una lunga riflessione poiché si basa, in parte, sulla storia vera del giovane avvocato Geoffrey Bowers, licenziato il 4 dicembre 1986 perchè omosessuale e colpito da AIDS.

In quegli anni in cui la malattia mieteva tante vittime, spesso lasciate da sole perchè giravano voci per cui si trasmetteva anche stringendo la mano di un ammalato, il regista di Philadelphia Jonathan Demme voleva assolutamente portare all’attenzione del pubblico situazioni di discriminazione e far comprendere il dramma che le persone stavano vivendo, oltre a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla realtà dei fatti e non su false indicazioni. La sua è stata una lotta anche interna al film, poiché, secondo quando viene raccontato, lo stesso regista si oppose al blocco dell’assunzione di Ron Vawter, l’interprete di Bob Seidman, perchè all’epoca era sieropositivo, mentre dovette cedere nel taglio delle scene che mostravano una relazione più intima tra Andrew e Miguel.

Philadelphia è il primo film a carattere internazionale che si spinge oltre, portando all’attenzione del pubblico tematiche come quella degli omosessuali, così forti e mettendole in primo piano e non come storia marginale, come avveniva in altri film.

Il messaggio del film era forte e doveva arrivare a tutti. Per questo il regista si spese molto e volle Bruce Springsteen a comporre la colonna sonora, qualcosa che rimanesse nei cuori e nella mente delle persone e fu così per la canzone portante del film Streets of Philadelphia che si aggiudicò anche il premio Oscar come miglior canzone nel 1994. Il connubio tra film e canzone del boss americano, riuscì nel suo intento. Il testo della canzone, unito alla straordinaria interpretazione di Tom Hanks, che per girare il film perse 14 kg, ma che riuscì a dare un’interpretazione magistrale del giovane avvocato e che gli permise di aggiudicarsi un Oscar come miglior attore protagonista, fecero del film una vera rivoluzione nel mondo della comprensione e del dialogo su temi così importanti e coinvolgenti. Il film fu girato in sequenza per permettere anche a Tom Hanks di perdere peso.

Grazie a queste pellicole, Philadelphia tra le prime, è stato possibile comprendere quanto la discriminazione è solo appannaggio per chi non accetta i sentimenti da parte di tutti e teme le malattie.

Eppure il film non si è fermato solo a questo. Nel film appaiono 53 uomini gay in varie scene, l’anno successivo 43 di loro erano decedute, un triste primato per la pellicola.

In quegli anni i gay erano trattati come persone di secondo piano e lo dimostra anche la scena in cui Andy e Miguel partecipano ad una festa mascherata in abiti militari. Pensare che fino al 2010 alle persone omosessuali era vietato unirsi alle forze militari degli Stati Uniti e quella scena rimarcava proprio quel divieto.

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Sissi Corrado

Sissi Corrado

Responsabile del Blog Interessi tanti: lettura, scrittura, teatro, cinema, musica, arte, collezionismo, sociale, ecc.

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