Dario Vassallo: L’isola delle Femmine

Presentato a Palestrina il nuovo libro di Dario Vassallo, L’isola delle Femmine

Sabato 29 gennaio a Palestrina il Circolo Culturale Prenestino Roberto Simeoni ha presentato il libro di Dario Vassallo: L’Isola delle Femmine. Dario è il fratello di Angelo Vassallo, il Sindaco Pescatore di Pollica, ucciso in un agguato camorristico il 5 settembre 2010. Per introdurre il libro di Dario Vassallo “L’Isola delle Femmine” vorrei iniziare con una poesia di Gianni Rodari “Il treno degli emigranti”:

Non è grossa, non è pesante
la valigia dell’emigrante…

Tra il 1861 e il 1985 sono partiti dall’Italia quasi 30 milioni di emigranti. Tra le destinazioni più frequenti c’era “l’America”, ma anche paesi come l’Argentina e l’Uruguay. Come accade anche oggi, a partire per questi lunghi e stremati viaggi erano gli uomini, i figli maschi. La speranza era quella di fare un po’ di fortuna e ritornare presto a casa. Per molti non fu così. L’America divenne la loro nuova patria e furono gli italoamericani, nostri connazionali, che poi nel corso dei decenni hanno fatto grande l’America.

Gli anni della grande migrazione italiana fanno da sfondo alla storia che Dario Vassallo racconta nel libro “L’Isola delle Femmine”. È il racconto di pescatori di tonni, i tonnaroti, che la crisi della tonnara li spingerà ad emigrare alla ricerca di una nuova vita.

La storia racconta di Antonio, Giovanni e Rosalia che fecero parte di quella che fu definita la “Grande Emigrazione, che ha avuto inizio con l’Unità d’Italia ed è terminata verso la fine degli anni Venti, con l’affermarsi del Fascismo. Il libro infatti racconta una storia famigliare che va dal 1907 fino alla fine della seconda guerra mondiale e vi sono descritte tre generazioni.

Un libro che parlando della grande emigrazione non può non farci pensare all’altra, quella della Migrazione Europea, che è avvenuta tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la fine degli anni Settanta. Per arrivare poi a quella tuttora in corsa la “Nuova Migrazione” causata dalla grande recessione seguita alla crisi economica del 2007, e tuttora in corso. Un dato: nel 2007 erano tre milioni i cittadini italiani iscritti all’Aire (l’anagrafe degli italiani all’estero) e nel 2017 sono diventati quasi cinque milioni. Ma nel mondo oggi abbiamo circa 80 milioni di oriundi italiani.

La lettura di questo libro, tra le tante suggestioni che offre, ci permette anche di fare una riflessione sul nostro paese che è stato sì un grande paese di emigrazione (spinta dalla povertà e dalla speranza di una vita migliore come per i protagonisti di Isola delle Femmine) e da qualche anno anche di immigrazione (anche questa spinta alla ricerca di una possibilità di vita migliore).  Ma è di questi ultimi anni, dalla grande crisi del 2008, la ripresa di flussi emigratori, parte della quale, con una orribile espressione, viene definita “fuga di cervelli”, come se gli altri fossero senza cervello, in quanto oltre il 34% dei nostri migranti è in possesso di una laurea. Ma poi nulla sappiamo di questi “cervelli in fuga” perché dove ci sono braccia ci sono cervelli e viceversa. Perché a fronte di qualche caso eccezionale, magari rilanciato con grande retorica dal sistema mediatico, molti di questi si ritrovano a fare i commessi, i camerieri, i lavapiatti o i lavoratori di call center.

Allora si partiva dall’Italia, un’Italia ancora contadina o come nel caso di Antonio e Giovanni, di pescatori di tonni, in cerca di fortuna portandosi dietro solo l’onore e dopo Trentasei giorni di macchina e vapore E alla Merica noi siamo arrivà”. Così il testo di un famoso canto popolare veneto del 1875 “Merica Merica”. Quell’onore di cui parla Don Tano: “Don Tano il rais della Tonnara di Isola delle Femmine spezzò la cipolla e ne dette la metà ad Antonio e gli disse: “Mangia!”. Antonio, senza dire una parola, addentò con un morso la cipolla e gli occhi all’improvviso gli divennero lucidi. “Cosa dici è buona” – tuonò il padre. “Sì, è buona, ma è troppo amara, mi fa lacrimare gli occhi”. “Ecco figliolo questa è la vita. Se hai fame mangi anche la cipolla, perché non hai altro. La cipolla in questo momento rappresenta la vita che devi scegliere. Anche se può essere fonte di dolore. La vita è tua. Cerca la tua strada perché devi realizzare qualcosa, devi procurare il pane per te e la tua famiglia. L’America è lontana, e so che se partite vi perdo…Vai tranquillo e fatti onore in America”.

Dicevamo una storia italiana di emigrazione “buona” che si va a contrapporre a quella dove altri italiani sono considerati “gangster”. Scrive Dario: “La famiglia Ferrante diventò l’emblema degli italiani che riescono con il lavoro a realizzare il sogno americano. Essi rappresentavano quella parte della Sicilia che con enormi sacrifici era riuscita a integrarsi e a prendere le distanze da altri siciliani che gli americani chiamavano gangster”.

E anche qui, l’oggi che stiamo vivendo, non ci dice nulla di nuovo. Il razzismo c’era allora nei confronti degli emigranti italiani, c’è oggi nei confronti dei tanti che vengono nel nostro paese in cerca di fortuna.

Ma come c’era il razzismo, c’era e c’è tanta solidarietà. Ed è quella che trovano Giovanni e Antonio e Rosalia quando sbarcano a New York. L’incontro con i “paesani” e il sentirsi uniti dal comune destino. E da lì inizia una nuova storia che li porterà prima a Black Diamond, oggi Pittsburg, e poi in Alaska dove al posto dei tonni pescheranno gli halibut e sarà la loro fortuna. Una vita dura, faticosa e in solitudine ma che vedrà una famiglia, o meglio una comunità riscattarsi attraverso l’intelligenza e il lavoro. Due qualità che faranno guadagnare a Giovanni ed Antonio una posizione sociale oltre al benessere.

Poi accade che una guerra spezza il sogno americano. E un ragazzo, il figlio di Antonio, nato in America e quindi americano (dove a differenza dell’Italia vige lo ius soli) dovrà arruolarsi e partire per combattere in Italia nelle United States Armed Forces contro altri italiani proprio in quella Sicilia da cui molti anni prima suo padre era partito. Alla partenza Antonio si rivolge al figlio Tano con parole di umanità e speranza: “Veniamo da un paese in cui i nostri nemici erano il padrone, la fame, la miseria. I nostri unici amici erano i tonni e il mare. La nostra sopravvivenza e la loro morte…Sono nato in Italia, in Sicilia, e mando un figlio a combattere una guerra contro gli italiani, contro quelli che sono parte del tuo sangue. Ricordati rispetta il tuo nemico come noi rispettavamo il mare…Ricordati che sei il nipote del rais. Non dimenticarlo mai”.

La guerra però non coinvolge solo i giovani americani chiamati a combattere, ma anche gli italiani che ormai integrati pensavano di essere immuni dal disastro. Ma così non è. Una legge emanata nel periodo della guerra riconosce i cittadini stranieri dei paesi dell’Asse (Germania, Italia e Giappone) come “ennemy aliens” a cui vengono confiscati i beni e deportati in campi di detenzione. Ma, nonostante questo, la loro speranza nel sogno americano non viene meno. E finita la guerra… ma qui mi fermo perché il seguito lo scoprirete leggendo il libro.

Questa è la storia. Ma il libro è molto di più. In sole 125 pagine Dario ci offre una serie di suggestioni che vanno dal livello storico (l’emigrazione italiana, la guerra mondiale) a quello antropologico (i riti della mattanza, la funzione della fede e dei suoi simboli “la Madonna delle Grazie”, i riti propiziatori e di ringraziamento durante la mattanza dei tonni) a quello dei rapporti famigliari e amicali dentro una comunità chiusa quale era quella di Isola delle Femmine ma anche, potremmo dire, nella grande famiglia americana con l’aiuto reciproco,  a quello dei sentimenti da quello dell’amicizia, a quello dell’amore, a quello dell’onestà.

È un romanzo positivo di quelli che ci piacerebbe vedere trasposto in tv come è accaduto per il Sindaco pescatore, dove si racconta la vita e la morte di Angelo, interpretato da Sergio Castellitto, dentro la comunità di Pollica. Il libro è costruito come un plot per una possibile sceneggiatura. La descrizione dell’Isola delle Femmine ci appare in tutta la sua bellezza e quasi sembra di sentirne i profumi, quelli dei pini di Aleppo delle ginestre del mirto.

Il racconto della mattanza dei tonni, ce la fa rivivere attraverso il rosso del sangue che colora il mare e poi il bagno di ringraziamento e quell’invocazione… che spettava al rais, il signore assoluto, dominus e sciamano, detentore del potere e del sapere, e soprattutto della conoscenza. “Il rais si tolse la coppola ed esclamò: “Sia iurato u nomi di Ggesù”. Tutti risposero: “Ggesù, Gsesù, Ggesù” e si tuffarono dalle barche nel mare rosso di sangue. Quello che poteva sembrare un rito macabro, era un modo per ringraziare il mare e i tonni, il cui sangue serviva a sfamare centinaia di famiglie”.

E poi il viaggio dei migranti con quel biglietto di terza classe. Come ci ricorda De Gregori. Sul Titanic infatti, oltre ai turisti che viaggiavano in prima classe, troviamo coloro che tentano un viaggio per sfuggire alla miseria: “Ma chi l’ha detto che in terza classe, che in terza classe si viaggia male, / questa cuccetta sembra un letto a due piazze, ci si sta meglio che in ospedale. / A noi, cafoni ci hanno sempre chiamati, ma qui ci trattano da signori, / che quando piove si può star dentro ma col bel tempo veniamo fuori”. 

E poi quella nostalgia che non li abbandona nel vedere in lontananza “l’amara terra mia” come cantava Modugno: “Sole alla valle e sole alla collina / Per le campagne non c′è più nessuno / Addio, addio, amore / Io vado via / Amara terra mia”.

E allora ho chiesto ad Asia, una ragazza sensibile di 17 anni, che tradurre in parole sentimenti ed emozioni, dopo aver letto il libro, di esprimere questa la “tristezza dell’addio” attraverso le parole di una sua poesia composta per l’occasione:

Sto per partire

Il senso di inadeguatezza si fa sentire.

Mi sento svenire dalla paura e la gioia

Di rifiorire.

Ricominciare,

Cambiare la vita,

Scappare,

Cercare una via di uscita.

Sono impaziente

Me ne voglio andare,

In mezzo a tutta questa gente,

Io mi sento soffocare.

Cambierà tutto…

Le usanze,

I consumi,

E le religioni.

E io mi arricchirò di questi doni.
Ma anch’io darò il mio contributo

E farò

Quello che ho sempre voluto.

Per concludere, il libro di Dario Vassallo scritto in maniera semplice e con uno stile scorrevole non racconta solo la storia di Antonio e Giovanni, ma la storia degli italiani che fecero grande l’America con la loro fatica e il loro sacrificio.

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Roberto Papa

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”. (Bertold Brecht)

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